Una traccia bolognese per Timoteo Viti
di Nicosetta Roio

Le più antiche notizie storiografiche su Timoteo Viti risalgono alla seconda edizione delle biografie degli artisti di Giorgio Vasari, che le inserì all’interno del capitolo dedicato a «Vincenzo da San Gimignano e Timoteo da Urbino», ambedue «discepoli et amici di Raffaello». [...]
Le circostanze lo portarono a Bologna, dove già abitava per ragioni di studio il fratello maggiore, Pierantonio, che fu medico ma anche poeta; questi lo chiamò presso di sé in quella «nobilissima patria» perché vi si potesse specializzare nell’arte orafa: è quasi certo che a Bologna Pierantonio Viti frequentasse la cerchia di Francesco Raibolini detto Francia, al quale pensò di affidare il fratello affinché potesse perfezionarsi in «quell’arte a che pareva fusse inclinato da natura».
[...] Certamente Vasari era al corrente dell’alunnato del Viti presso Francesco Raibolini, tuttavia tralasciò di menzionare il bolognese all’interno della biografia dedicata a Timoteo, suscitando per questo motivo il grande biasimo di Carlo Cesare Malvasia - il biografo per eccellenza degli artisti felsinei - una disapprovazione tanto più comprensibile dal momento che il canonico bolognese era a conoscenza di alcune note tratte dai libri familiari del Francia che testimoniavano la permanenza di Timoteo Viti nella stanza del Raibolini a Bologna per ben cinque anni, dal 1490 al ’95.
Si è molto discusso intorno alla veridicità delle documentazioni prodotte da Malvasia, al quale non tutti gli studiosi tendono a dar credito, in questa come anche in altre circostanze: ma, a onor del vero, una delle debolezze più diffuse della storia dell’arte è proprio quella di prestare fiducia nelle fonti solo quando esse non contraddicono le teorie al momento più convenienti. [...]
Le tre notizie che il Francia lasciò scritte nei «libri famigliari», conservati presso i Raimondi al tempo di Malvasia ed ora non più rintracciabili, si possono così riassumere: l’8 luglio 1490 Timoteo fu «preso in nostra bottega» con l’impegno per il primo anno a non pretendere compenso, per il secondo ad essere retribuito con 16 fiorini a trimestre, dal terzo e per gli eventuali anni successivi, ad essere pagato a fatture, «e in sua libertà l’andare e lo stare così d’accordo»; la seconda notizia è del 2 settembre 1491, poco più di un anno dopo, quando venne registrato «di comune concordia» il saldo delle competenze fin lì maturate dall’urbinate che nel frattempo aveva deciso di abbandonare il mestiere dell’orefice preferendo «fare il pictore» e perciò fu «posto su lo Salone co’ gli altri discepoli»; l’ultima annotazione documentaria è di tre anni e mezzo dopo, il 4 aprile 1495, quando Francesco Francia registra la partenza del suo «caro Timoteo».


Particolare della Madonna
  Essendo nato nel 1469, l’urbinate aveva dunque 21 anni quando giunse a Bologna, un’età che presume la sua avvenuta formazione nel mestiere di orefice: la scelta di Pierantonio Viti di far perfezionare il fratello presso il Francia si può leggere come la volontà di offrire a Timoteo l’opportunità di poter vantare una specializzazione di altissimo prestigio, che gli avrebbe consentito quasi certamente uno splendido futuro da orafo, magari presso la corte di Urbino. Eppure, forse proprio grazie al fascino subito dalla pittura bolognese di quell’epoca, Timoteo decise di mandare all’aria tutti quegli anni di esercizio nell’arte del cesello, preferendo fare il pittore, come d’altro canto era accaduto anche al suo maestro bolognese che analogamente era stato avviato alla carriera di orefice prima di convertire la sua singolare perizia anche nella pittura, diventando l’artista ufficiale della corte bentivolesca.

[...] Ma torniamo al giovane Timoteo Viti che a Bologna, dopo circa un anno di collaborazione nello studio del Francia come orafo, scelse di dedicarsi alla pittura ed essendo già ampiamente preparato nell’arte del disegno, punto di partenza fondamentale anche dell’oreficeria, immaginiamo che i tre anni e mezzo trascorsi nel «salone» con i discepoli del Francia furono dedicati soprattutto all’apprendimento delle principali tecniche pittoriche e all’esercizio nelle composizioni.
Va ricordato che negli anni in cui Timoteo visse a Bologna Francesco Raibolini gestiva un’attivissima officina assieme al fratello Domenico, anch’egli orefice; certamente quelle stanze di lavoro erano frequentate pure da Giacomo e Giulio Francia, anche se i due figli di Francesco erano più giovani di Timoteo di alcuni anni: nel 1490 avevano infatti rispettivamente 15 e 13 anni.

[...] Si è detto che quando Viti giunse nella città del Francia era ormai adulto e, quindi, certamente aveva avuto già modo di maturare nella sua Urbino un’impronta stilistica che, ovviamente, doveva essere orientata verso la cultura locale, dominata in quegli anni dagli epigoni di Piero della Francesca ma anche da Signorelli e da Perugino. In effetti fin dalle sue prime opere note si riscontra nell’espressività di Timoteo una interessante sintesi di Perugino e Francia, e tali caratteri si palesano anche in un affresco raffigurante la Crocifissione, riemerso durante i lavori di restauro del complesso monumentale di S.Cristina a Bologna, attuale sede del Dipartimento di Arti Visive dell’Università.
L’affresco è nella parete di fondo dell’Aula Magna, che in origine doveva essere però un oratorio o un refettorio, adiacente al chiostro del convento delle monache camaldolesi. La chiesa e il convento originari risalgono al XIII secolo, quando una comunità religiosa femminile delle colline bolognesi si trasferì alle porte di Bologna. [...]
Il tipo di architettura rivela che la costruzione dell’attuale chiostro e del locale che conserva la Crocifissione risalgono alla seconda metà del Quattrocento, ma finora non è stato rintracciato alcun documento utile di quell’epoca, ovvero il periodo in cui fu realizzato anche l’affresco che ritengo di poter restituire, per evidenti confronti stilistici con le altre sue opere, a Timoteo Viti, con una collocazione cronologica intorno al 1500, periodo in cui si pensa generalmente che l’urbinate sia passato nuovamente per Bologna. D’altra parte lo stesso Vasari testimonia che Timoteo ebbe l’opportunità di dipingere in quella città sia tavole che affreschi («E così avendo assai felicemente…lavorato alcune cose in tavole et in muro»), uno di questi ultimi potrebbe essere proprio il brano sopravvissuto nell’attuale Aula Magna del Dipartimento di Arti Visive dell’Università di Bologna, dove originariamente potevano essere presenti altre pitture affrescate forse dallo stesso Viti.
 

La Maria in ginocchio ai piedi della croce

Non ho trovato disegni direttamente collegabili all’affresco, ma nel famoso foglio di Timoteo della Kunsthalle di Amburgo con l’Adorazione dei Magi la figura inginocchiata del re con la lunga barba appuntita sulla sinistra mi sembra molto simile al santo monaco camaldolese presente sulla destra della Crocifissione di S.Cristina ; anche il modo di panneggiare trova riscontri in altre opere del Viti, ad esempio nel foglio della Biblioteca Oliveriana di Pesaro raffigurante una figura virile in ginocchio. Invece il noto disegno di Timoteo con la Crocifissione del British Museum - stilisticamente un po’ più maturo - sembra riecheggiare, più sinteticamente, la tavola del Francia dell’oratorio di S.Cecilia, databile intorno al 1505: opera, quest’ultima, che a prima vista si potrebbe immaginare come punto di riferimento per l’affresco di S.Cristina, se quest’ultimo non rivelasse però una composizione più arcaica, ispirata semmai alle calibrate simmetrie franciane e peruginesche della fine degli anni Novanta.
La Crocifissione affrescata a Bologna confermerebbe quanto negli ultimi anni hanno potuto riscontrare pressoché tutti gli studi su Timoteo Viti, che pare aver trovato spunti stilistici e compositivi nella pittura bolognese lungo tutto il corso della sua carriera: ciò è evidente anche in una sua opera più matura, la Trinità fra S.Girolamo e il Beato Colombini, già nella chiesa della Trinità di Urbino (a Brera dopo le soppressioni napoleoniche, quindi dal 1967 in deposito nella Galleria Nazionale delle Marche), databile verso la fine del secondo decennio del Cinquecento e che riecheggia evidentemente una pala d’altare degli ultimi anni di attività del suo maestro Francia, la Trinità e santi, dipinta per il battistero di S.Giovanni Evangelista a Brescia dove è tuttora conservata. Si tratta di un’ulteriore conferma dell’ottimo rapporto che si doveva essere instaurato tra maestro e allievo fin dal quinquennio trascorso da Timoteo nello studio del Francia tra il 1490 e il 1495 e che – evidentemente - li tenne strettamente legati anche nel corso degli anni a seguire, come dimostrano le ripetute citazioni dal Raibolini nelle opere indipendenti di Timoteo e come attestava il pensiero affettuoso del Francia nei confronti del suo allievo urbinate nel momento in cui questi lasciò Bologna il 4 aprile 1495: è «Partito il mio caro Timoteo, che Dio le dia ogni bene, e fortuna».


Crocifissione di Timoteo Viti
(Bologna, ex convento di S. Cristina, ora Dipartimento delle Arti Visive dell'Università di Bologna)
© Foto Antonio Guerra

Il testo on-line è un estratto del saggio che verrà pubblicato negli atti del convegno di studi su Timoteo Viti, tenutosi il 25 e il 26 ottobre 2007 presso l'Istituto di Storia dell'Arte dell'Università di Urbino "Carlo Bo".
Per le note e le immagini non pubblicate, fare riferimento agli atti del convegno di prossima pubblicazione.

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