L'arte dei paliotti in scagliola a Bologna

fra Seicento e Settecento
di Giulia Marchioni


Fig. 1 - Scagliolista bolognese "F.A.M." (attr.), paliotto Gozzadini, Basilica di Santa Maria dei Servi, Bologna. © Foto G. Marchioni.
 

Passeggiando per Bologna, ai Giardini Margherita o nei pressi delle storiche porte cittadine, non è raro imbattersi in blocchi di selenite, minerale dall’aspetto scistoso e dal colore grigio lucente, per questo motivo detto “pietra di luna”. La lavorazione di questo materiale non fu invenzione bolognese, bensì carpigiana: l'uso del termine "meschia", sinonimo di scagliola, si ritrova infatti in una guida della città di Carpi del 1645 e indica la tecnica utilizzata per lavorare questo materiale, che va appunto mischiato ad altri elementi, come colle e pigmenti. Questi componenti essenziali, così come il procedimento di lavorazione, non hanno subito nel tempo profonde variazioni; la perizia di botteghe e artisti consisteva semplicemente nell'individuare, tramite una pratica continua di sperimentazione, i migliori dosaggi e abbinamenti fra pigmento e reagenti più stabili.
La decorazione si realizzava incidendo il disegno preparatorio sul fondo di scagliola umida tramite calco o puntinatura; si svuotavano quindi le parti interne al contorno del disegno che venivano poi riempite con gli impasti di scagliola.

È in questa fase del lavoro che si realizzava l'imitazione del marmo, mediante la sovrapposizione di impasti colorati a tinte decrescenti con l'eventuale introduzione di frammenti di scagliola di colori diversi. La lucidatura finale dava alla scagliola la lucentezza del marmo.
I manufatti ottenuti con questa tecnica sono generalmente piani orizzontali destinati a tavolini o formelle decorative per armadi, oppure, in ambito sacro, ai paliotti d’ altare.
L’arte della scagliola venne quindi trasmessa da Carpi a Bologna dove -complice anche la facilità di reperimento della selenite -trovò terreno fertile per la proliferazione di botteghe di artigiani. Le fonti documentarie sono alquanto avare di informazioni su queste botteghe, soprattutto per quanto concerne gli artisti.
Soltanto un’ attenta analisi stilistica dei manufatti ha consentito di ricostruirne datazioni e attribuzioni, e di far emergere i tratti salienti della scuola bolognese.

 


Fig. 2 - Scagliolista bolognese, paliotto in scagliola policroma decorato a ramages e fiori (part.), Chiesa dei SS. Bartolomeo e Gaetano, Bologna. © Foto G. Marchioni.


I pochi paliotti datati sono stati i punti di partenza per tracciare l’evoluzione cronologica delle forme decorative, sempre ampiamente profuse nei paliotti bolognesi: si rincorrono girali, ramages e motivi zoomorfi, dedotti da un repertorio che va aggiornandosi sempre più sull’incalzante gusto rococò. La diversa interpretazione delle forme decorative ha costituito il criterio di attribuzione dei singoli manufatti agli artisti: si è quindi evidenziato come Domenico Pianon prediligesse la dicromia bianco-nero, per poi virare, a fine carriera, verso tinte pastello.
I paliotti realizzati da Carlo Antonio Bini si contraddistinguono per la reiterazione di motivi zoomorfi, capricciosi e seducenti, mentre il cosiddetto Maestro dei Gargiolari (denominazione derivata dall'omonima corporazione che ne commissionò un paliotto, custodito nella chiesa di San Giacomo Maggiore), decora i paliotti con accordi cromatici forti, gettando un ponte fra i maestri cremonesi e quelli romagnoli. Infine, il cosiddetto scagliolista F.A.M. rappresenta l’ultimo atto della grande stagione bolognese, il cui gusto viene “esportato” in Romagna da Frate Silvestro da Bologna del quale, a dispetto dell'appellativo, non rimangono testimonianze entro le mura cittadine.
Il carattere che maggiormente contraddistingue la scuola bolognese è lo strettissimo legame con la politica cittadina: le commissioni erano destinate principalmente all’abbellimento di cappelle gentilizie, ubicate nelle chiese più importanti di Bologna. È il caso di San Giacomo Maggiore, vera e propria “vetrina” per il potere nobiliare cittadino, in cui sono custoditi numerosi paliotti decorati con gli stemmi di casati come Pepoli e Bentivoglio, per citarne alcuni. Anche altre chiese, come Santa Maria della Misericordia e la basilica di Santa Maria dei Servi presentano paliotti con simili caratteristiche. Le nobili famiglie senatorie facevano di questi manufatti prezioso strumento di affermazione sociale; ne sono testimonianza i frequenti atti di “vandalismo” ai danni degli stemmi raffigurati sui paliotti. Un caso esemplare è quello del paliotto di San Sebastiano e Sant’Orsola nella chiesa di Santa Maria della Misericordia: su questo frontale compare lo stemma della famiglia Amorini, formato da tre stelle diagonali in campo rosso, due delle quali sono state abrase, così da restituire l’immagine di un blasone con una sola stella centrale in campo rosso che è, con tutta probabilità, quello della famiglia Barbieri. Esiste quindi un legame inscindibile fra politica, stile e tecnica artistica, che nei frontali d’altare trova la più esplicita sintesi ed è proprio in questo che consiste il carattere peculiare della scagliola bolognese. Se Bologna apprese la tékne dalla vicina Carpi, fu grazie ai propri artisti e committenti che essa creò un’arte, sì decorativa, ma anche profondamente connotata di valori cittadini. Unione, insomma, di utile politico e dilettevole artistico, sintomo di quel pragmatismo tradizionalmente bolognese.

Bibliografia

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R. CREMASCHI, L’arte della scagliola carpigiana nei secoli 17., 18. e 19., Cassa di Risparmio di Carpi, Carpi, 1977.


Il testo pubblicato è un compendio della
tesi di laurea triennale in Storia dell'arte moderna, Facoltà di Conservazione dei Beni Culturali, Università degli Studi di Bologna:
G. Marchioni, L'arte dei paliotti in scagliola a Bologna fra Seicento e Settecento, a. a. 2009-2010, relatore prof. Davide Righini.
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