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In
merito alla fotografia digitale ci sono stati dei precedenti storici
da non sottovalutare, delle opere che concettualmente hanno anticipato
di molto l'attuale statuto dell'immagine, della fotografia, dell'opera
d'arte, del museo.
Pongo all'attenzione una mostra purtroppo dimenticata e poco nota ai
molti, Gilardi stesso scrive: «vorrei raccontare brevemente uno dei
più tristi episodi della storia della fotografia, rimasto ignorato fino
ad oggi: quello del Miracolo di San Samuele». Nel luglio veneziano
del 1979, nella piccola chiesa romanica sconsacrata di San Samuele,
si tenne la mostra «Il Miracolo di San Samuele, ipotesi per un museo
immaginario» (Fig. 1).

Fig.
1 Campo San Samuele, veduta dell'ingresso della mostra "Il Miracolo
di San Samuele, ipotesi per un museo immaginario", Venezia 1979. Nel
gruppo di tre persone sulla destra è riconoscibile, al centro,
un giovane Vittorio Sgarbi.
©Fototeca
Gilardi/Luciana Barbarino
Carlo
Bertelli, allora Direttore della Pinacoteca di Brera, insieme a Marilena
Pasquali e Franco Solmi, scelsero quaranta fra i più prestigiosi capolavori
dell'arte custoditi nei musei italiani per riunirli in un'unica sede.
Tuttavia questo museo ideale si fece «miracolosamente» realtà: le opere,
in grandezza naturale, furono riprodotte in Cibachrome, il massimo livello
di fedeltà consentito allora, e forse ancora oggi, dai materiali della
fotografia.
L'eccezionale livello qualitativo raggiunto dall'informazione visiva
consentì di realizzare un evento straordinario: Caravaggio e Guttuso
(Fig. 2), Simone Martini
(Fig. 3) e Morandi (Fig.
4) raccolti insieme nel primo «Museo Immaginario» realizzato nella
storia dell'arte e della fotografia. La particolare caratteristica è
che non si creò una mostra tradizionale, non si compì l'operazione di
smembrare e spostare le opere e nemmeno di fotografarle per l'occasione,
ma fu una esposizione di riproduzioni fotografiche fedeli nelle dimensioni
e nei colori. Furono utilizzate le diapositive della Fratelli Fabbri
Editori e riprodotte le opere in scala 1:1, dunque a grandezza naturale.
Nel testo introduttivo di Bertelli, c'è da sottolineare un significato
fondamentale che va oltre le opere scelte e la qualità delle riproduzioni,
egli dice: «Il museo è e deve essere, rispetto alla mostra o altre
manifestazioni temporanee, un luogo permanente di libertà, dove si possa
andare scegliendo liberamente ciò che ci piace e ciò che, magari quel
giorno, non ci piace e non ci sentiamo di farci piacere». È proprio
questo il significato della mostra, aver idealizzato, reso concreto
il concetto di museo ideale, di museo immaginario, anticipando il concetto
di museo virtuale.
Per quanto riguarda la resa qualitativa delle opere riprodotte, Ando
Gilardi (Fig. 5) ci racconta
precisamente cosa accadde:
--- A - Nel 1979, sono passati ventotto
anni ma rabbrividisco ancora al ricordo. A quel tempo lo scatto di un
apparecchio analogico produceva tre fototipi fondamentali: un negativo
bianconero, un negativo colore e una diapositiva a colori.
--- P - Ricordo bene.
--- A - Il negativo bianconero sviluppato
e asciutto si poteva subito ingrandire su carta fotografica fotosensibile,
egualmente il negativo colore su carta fotografica colore, invece per
stampare su carta fotosensibile la diapositiva bisognava prima riprodurla,
ossia rifotografarla, su uno speciale negativo colore (internegativo)
che poi a sua volta veniva stampato su carta fotosensibile a colori:
due passaggi noiosi e lunghetti.
--- P - Qual era dunque l'uso normale delle
diapositive?
--- A - Quello di essere proiettate su
uno schermo, oppure stampate con gli inchiostri tipografici a colori
sulla carta normale di libri illustrati e riviste: un procedimento industriale
complicato e costoso giustificato solo dalla numerosa tiratura e vendita
delle copie. A questo punto la Ilford, per la quale allora lavoravo
- una società che veniva terza in campo fotografico dopo la Kodak e
l'Agfa - ebbe l'idea di produrre il Cibachrome cioè una carta fotosensibile
sulla quale si potevano ingrandire direttamente le diapositive.
--- P - E i risultati?
--- A - Per quel tempo, il meglio. Allora
ebbi l'idea, per il lancio nazionale del nuovo materiale, di allestire
Il miracolo di San Samuele, un museo artificiale dove si potessero ammirare
insieme famosi capolavori della pittura come copie fedeli degli originali
sparsi per il mondo. Una bella metafora pubblicitaria.
--- P - La cosa non riuscì?
--- A - Ancora una volta per colpa dell'ignoranza
fotografica degli addetti ai lavori: erano stati invitati storici e
famosi critici dell'arte, giornalisti e galleristi i quali non avevano
e non avrebbero capito quello che per me era scontato, e cioè che in
Cibachrome erano riprodotte e ingrandite le riproduzioni delle opere
e non le opere: il Cibachrome non era uno specchio dove si specchiavano
i quadri».
Il dialogo-racconto di Gilardi termina con un'accusa di ignoranza fotografica
da parte della critica e degli storici dell'arte. Questo perché? Abbiamo
già osservato, nel paragrafo precedente, la diatriba tra rivoluzionisti
ed evoluzionisti, e questo può aiutarci molto per comprendere quanto
la «teoria tecnica» sia in contrasto con la «teoria accademica». Nel
catalogo della mostra, subito dopo il testo di Bertelli citato prima,
segue, quasi a sorpresa, una chiara, lucida e a tratti polemica lezione
sulla riproducibilità artistica da parte del nostro Riproduttore. «Questo
Miracolo di San Samuele è una provocazione di cultura importante» e
pertanto è opportuno pubblicarlo integralmente.
Il
dialogo è stato pubblicato nell'ultimo libro di Ando Gilardi edito dalla
Bruno Mondadori nel 2007, Meglio ladro che
fotografo, pp. 18-21.
L'intero
testo qui pubblicato è un estratto della tesi "Fotografia
e Museo tra comunicazione e conservazione" di Paolo Giuliani
(©
2007).
Si ringraziano Ando Gilardi ed Elena Piccini della Fototeca Gilardi.
www.fototeca-gilardi.com
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