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In questa pagina del sito pubblico parte di un dialogo scritto da Ando
Gilardi con una sua collega. Durante i miei studi universitari, da giovane
studente, nel tentativo di far riemergere dal passato la mostra Il
Miracolo di San Samuele, rivolsi a Gilardi tre domande sulla
fotografia. A tali domande non seguirono delle "normali" risposte, come
tutti potrebbero aspettarsi.
Spiego meglio: nel settembre 2006 Gilardi era già alle prese con la
stesura del testo Meglio ladro che fotografo. Cito dall'introduzione:
"Ora
concludo annunciando al lettore che questo libretto, praticamente tascabile,
contiene un dialogo tra un vecchio fotografo e una giovane collega fotografa.
Della sua vita, lunghissima assai, di creatore di migliaia di immagini,
il vecchio racconta all'amica collega il bene e il male, le luci e le
ombre: così fino al giorno del salto epocale dall'analogico al digitale".
Come
risposta alle domande poste, Gilardi adoperò gli argomenti presentati
per discuterne nel suo dialogo. Le singolari, ironiche, argute e sapienti
risposte sono state suddivise in tre paragrafi dai titoli: Delle
istantanee che non sono specchi e delle sindoni su vetro, Del
Miracolo di San Samuele, Del fatto che non siano specchi nemmeno
per i robot.
Le domande sono presentate di seguito per non far perdere continuità
al dialogo che seguirà.
Gli interlocutori del dialogo sono Ando e Patrizia, ma a un certo punto,
nello specifico di due domande, la "P" di Patrizia diventa quella di
Paolo.
Nel testo tratto dal libro di Gilardi, evidenzio le parti strettamente
legate a due delle domande sotto elencate:
- "Quali sono le differenze - dal punto di vista strutturale; percettivo;
comunicativo; sociale - nella fruizione di un'opera d'arte attraverso
una riproduzione digitale su internet, a stampa su libro, sino ad arrivare
alla visione diretta dell'originale? Le riporto un'esperienza personale.
Mi è capitato di vedere pubblicata sul catalogo della Pinacoteca Nazionale
di Bologna la fotografia di un dipinto. L'opera in questione che mi
ha colpito è la Deposizione di Luca Giordano, conservata nelle
sale di Palazzo Pepoli Campogrande, succursale della Pinacoteca. Bene,
a prima vista "NON HO RICONOSCIUTO L'OPERA"! L'avevo sempre e solo vista
in modo diretto nel museo, ma le differenze di luce, il contesto della
sala, le dimensioni, etc, hanno modificato e stravolto la mia percezione.
Molti particolari mi erano sfuggiti, a mio avviso a causa del mediocre
se non pessimo utilizzo delle luci nella sala. Grazie alla riproduzione
stampata sul catalogo ho potuto notare molti, moltissimi particolari.
È anche vero il contrario, che si possa venire a conoscenza di determinate
opere tramite la fotografia, e quando ce le si ritrova davanti si resta
interdetti, non la si riconosce. Che ruolo svolge la fotografia in queste
circostanze?"
- "Lei afferma, in un suo intervento, che: "Se la legge dei numeri
è vera, l'originale della Gioconda oggi è la sua Fotografia e il quadro
al Louvre è un esemplare senza importanza da mezzo secolo non più fotografato
ma riprodotto da riproduzioni". Alla sua affermazione fa eco Walter
Bruno che afferma: "Con la digitalizzazione qualunque immagine diventa
immagine di repertorio. Qualunque immagine è passabile di modifiche.
Non esiste originale, non esiste copia. L'aura di Benjamin non è persa,
ma semplicemente impensabile". Alla luce di queste riflessioni mi
pare di riuscire a recuperare una certa aura, trovare un carattere
di "unicità" proprio in quelle fotografie che più di un secolo fa decontestualizzavano
e destrutturavano un'opera d'arte. Mi riferisco alla fotografia che
numerose fototeche, musei e privati custodiscono. Possiamo considerare
questi oggetti, frutto della riproducibilità tecnica, opere uniche con
un'aura conquistata?"
-
"Nel 1979 si è svolta un'importante mostra nella Chiesa di San Samuele
a Venezia, dal titolo Il Miracolo di S. Samuele. Ipotesi per un museo
immaginario. Cito dal prezioso catalogo: "Quaranta opere fra
i più prestigiosi capolavori dell'arte custoditi nei musei italiani
per riunirli in un'unica sede, in un museo ideale. Ideale poiché queste
opere si trovano in sedi diverse e lontane e sono note le difficoltà
di carattere organizzativo e finanziario che renderebbero praticamente
irrealizzabile un progetto del genere. Tuttavia questo museo ideale
si è fatto "miracolosamente" realtà: le opere, in grandezza originale,
sono state riprodotte in Cibachrome, al massimo livello di fedeltà oggi
consentito dai materiali della fotografia d'avanguardia. L'eccezionale
livello qualitativo raggiunto dall'informazione visiva ha così consentito
di realizzare un evento straordinario: Caravaggio e Guttuso, Simone
Martini e Morandi raccolti insieme nel primo "Museo Immaginario" realizzato
nella storia dell'arte e della fotografia".
Lei contribuì all'organizzazione della mostra, e a tal proposito vorrei
attualizzare l'intervento che presentò, La fotografia nell'epoca
della sua riproducibilità artistica. A distanza di quasi trent'anni
molto è cambiato riguardo alle tecniche fotografiche, ma quello che
le chiedo è una riflessione sulle potenzialità tecniche che si hanno
oggi con la tecnologia digitale, sia nella riproduzione fotografica
che nella divulgazione e presentazione delle opere grazie ad Internet".
Ando
Gilardi risponde (dialogo tratto dal libro Meglio ladro che fotografo,
pp. 15-18):
"Delle
istantanee che non sono specchi e delle sindoni su vetro"
A
- Nessuno pensa che la fotografia di un quadro sia una fotografia,
un'istantanea; tutti pensano che sia il quadro. Voglio insistere: pensano
che sia come uno specchio dove il quadro si riflette, e magari nel subconscio
pensano addirittura che guardare la fotografia equivalga a guardare
il quadro. Fra questi paranoici ci sono gli storici e critici dell'arte:
nei loro libri parlano delle illustrazioni come se fossero le opere.
E nei titoli le illustrazioni sono attribuite al pittore, non al fotografo.
Si legge: "I dipinti di Raffaello" e non "Le istantanee di Pinco Pallino
dei dipinti di Raffaello".
P - È sbagliato?
A - Quando non si tratta di malafede è una prova di ignoranza,
tanto più che le istantanee non sono specchi, sono molto diverse dai
dipinti: nelle tinte, nelle forme dei particolari e nelle dimensioni.
Nessuno ha mai fatto una prova semplicissima, ossia proiettare la diapositiva
di un quadro accanto al quadro, sia pure nella stessa dimensione: ci
passa un abisso.
P - Nella sostanza lei afferma che conoscerne la riproduzione
non vuol dire conoscere l'opera d'arte?
A - Nossignori! Dico semplicemente che "vederne" la fotografia
non vuol dire vedere l'opera: solo si conosce che esiste qualcosa di
vagamente simile alla fotografia. Ma si rende conto delle banalità che
stiamo dicendo? Basterebbe strappare una pagina da una famosa storia
dell'arte illustrata, incorniciarla e appenderla con la riproduzione
dell'opera e il testo vicino al quadro originale per rendersi conto
di cosa intendo.
P - Ma nessuno pensa di avere visto l'opera per averne visto
la fotografia.
A - Invece è proprio qui che si sbaglia! Non si pensa di aver
visto l'opera ma si crede di conoscerla, peggio ancora, di riconoscerla.
Su dieci milioni di persone, solo una ha visto davvero il quadro della
Gioconda ma gli altri pensano di conoscerla per averla vista
stampata. Questo è il punto, alcuni vanno al Louvre e non scoprono niente
di nuovo. È come il viaggio del pellegrino nei luoghi santi: ridondante
per chi già crede nel sacro. Poi sa che cosa le dico?
P - Dica dica...
A - Nel caso della Gioconda, al Louvre il quadro si vede
peggio che in certe eccellenti riproduzioni; si trova dietro un vetro
infrangibile di cinque centimetri nel quale si specchia la faccia di
chi guarda: è più un autoritratto che altro. Più tardi vorrei dire qualcosa
su quelli che custodiscono gelosamente milioni di negativi presi da
quadri, statue e affreschi, persuasi di salvare i soggetti. Che Dio
li perdoni!
P(aolo) - Restiamo sulla Gioconda; lei ha scritto:
"Se la legge dei numeri è vera, l'originale della Gioconda oggi è
la sua fotografia e il quadro al Louvre è un esemplare senza importanza,
da mezzo secolo non più fotografato ma riprodotto da riproduzioni".
Alla sua affermazione fa eco Walter Bruno che afferma: "Con la digitalizzazione
qualunque immagine diventa immagine di repertorio. Qualunque immagine
è passibile di modifiche. Non esiste originale, non esiste copia. L'aura
di Benjamin non è persa, ma semplicemente impensabile".
A - Le due affermazioni sono vere. Oggi l'arte esiste davvero
nella sua riproduzione: lei, mettiamo, sa riconoscere cento capolavori
e ne ha visti solo cinque appesi al muro. Se un incendio distruggesse
tutti i quadri l'arte, il suo insegnamento, la sua critica, la sua storia
continuerebbero a esserci, intatte, vive e vegete.
P - Osa dire che non mancherebbe nulla di essenziale?
A - Oso, oso: di essenziale, cioè sostanziale. Però mancherebbero
i pellegrinaggi ai musei e alle grandi e costose mostre pubbliche. Mancherebbero
l'organizzazione delle agenzie turistiche, i mezzi di trasporto interessati
ecc. Insomma, tutta un'economia che giustifica l'importanza dei capolavori.
La loro distruzione distruggerebbe questo turismo.
P - Ma non la vera e propria arte? Voglio essere preciso: non
i veri contenuti?
A - Trovo avvilente dover precisare queste banalità: il fatto
che sia andato distrutto il testo originale, il manoscritto della Divina
Commedia, ha nuociuto alla cultura dantesca?
P - No, ma non si può mica...
A - Mi lasci finire: la sua riproduzione, specialmente tipografica,
l'ha non solo salvata ma anche sviluppata enormemente. Oggi il poema
si trova in tutte le case italiane, è stato tradotto in venti dialetti
e cinquanta lingue.
P - Ma il caso delle immagini è diverso: la sostanza artistica
è nella forma.
A - Lei confonde sostanza con significato...Cosa conta di più?
Lei confonde la conoscenza dell'arte con il voyeurismo museofilo. Abbiamo
fatto il caso di chi conosce, ricorda e magari scrive di cento immagini
riprodotte ma ne ha viste solo cinque "anche" appese al muro. Non intendo
continuare su questo tono, è inutile.
P(aolo) - Non si arrabbi, mi lasci dire, anche se pensa che
non capisco niente. Mi lasci usare per una volta il linguaggio accademico:
alla luce delle nostre riflessioni mi pare di riuscire a recuperare
una certa "aura", trovare un carattere di "unicità" proprio in quelle
fotografie che oltre e più di un secolo fa decontestualizzavano e destrutturavano
un'opera d'arte. Mi riferisco specialmente alle negative su lastre di
vetro già evocate, che numerose fototeche, musei e privati custodiscono.
Possiamo considerare questi oggetti, frutto della riproducibilità tecnica,
opere uniche con un' aura conquistata?
A - Dietro la sua finta modestia in realtà lei tenta di prendermi
in giro. Mi prende forse per un docente universitario? Non sono mai
stato tanto mortificato: io sono un fotografo! Però sarebbe utile uno
studio, direi una buona tesi, proprio sul linguaggio accademico, pomposo
e delirante, che si è formato in un secolo di riproduzione ministeriale
dell'arte: una sovrintendente di mia conoscenza ha definito le vecchie
lastre bianconero "reliquie", cioè oggetti di culto. Io vorrei aggiungere:
"superstizioso".
P - Questo ne riduce l'importanza?
A - Ne azzera l'importanza scientifica; per il resto si potrebbero
chiamare anche "sindoni" dell'opera da cui sono state prese; mi diverte
pensare a un Cristo dipinto a olio che nel tempo sale al Calvario della
distruzione: a un certo punto incontra un fotografo chiamato Veronica
che ne fissa il sembiante su una lastra di vetro sensibile. Naturalmente
rovesciata e in negativo, come conviene appunto alle sindoni.
P - Bello!
Il dialogo continua argomentando e rispondendo all'ultima domanda, quella
sulla mostra Il Miracolo di San Samuele (capitoli "Del
miracolo di San Samuele" e "Del fatto che non siano specchi nemmeno
per il robot" pp.
18-25, in A. Gilardi, Meglio ladro che fotografo. Tutto quello che
dovreste sapere sulla fotografia ma preferirete non aver mai saputo,
Bruno Mondadori, Milano 2007). Rimando e invito a continuare la lettura
del libro.
E-mail
spedita a Gilardi il 30 aprile 2007 in seguito alla pubblicazione del
libro Meglio ladro che fotografo.
Stimatissimo Ando Gilardi, ho appena finito di leggere il suo ultimo
libro! Fantastico e agghiacciante! Davvero. La ringrazio infinitamente
per tutto ciò che mi ha trasmesso. È stato emozionante ritrovare in
una parte del libro lo scambio di mail avvenute mesi fa. La ringrazio
ancora per le "lezioni" che mi ha dato e che io ho accolto da giovane
studente, anche se non molto umilmente, lo confesso. Augurandomi di
avere presto una sua risposta, le porgo i miei più cordiali saluti.
Paolo Giuliani
Risposta di Ando Gilardi del 30 aprile 2007.
Forse non ci credi ma il tuo parere su Meglio ladro mi ha fatto piacere
più degli altri. È poi vero che merito del libro è anche tuo perché
nasce anche dai nostri discorsi. Grazie
Ando
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