Ando Gilardi (Arquata Scrivia - AL, 1921) è fotografo, storico e critico della fotografia tra i più importanti in Italia. Cominciò ad occuparsi di fotografia nel 1945, subito dopo la Seconda guerra mondiale. Per conto di una commissione inter-alleata incaricata di raccogliere prove per i processi ai criminali nazi-fascisti, restaurò e riprodusse immagini belliche. Fu fondatore della Fototeca Storica Nazionale che oggi porta il suo nome. Lavorò come giornalista prima al quotidiano l'Unità, in seguito nei rotocalchi Lavoro e Vie Nuove, proseguendo anche nell'attività di ricerca fotografica. Vasta e importante è anche la sua bibliografia. Link alla biografia su wikipedia
a lato un ritratto di Gilardi in una fotografia di Patrizia Piccini del © 1995

www.fototeca-gilardi.com

"Intervista a Ando Gilardi"
di Paolo Giuliani

..Bologna, 10-17 Settembre 2006



In questa pagina del sito pubblico parte di un dialogo scritto da Ando Gilardi con una sua collega. Durante i miei studi universitari, da giovane studente, nel tentativo di far riemergere dal passato la mostra Il Miracolo di San Samuele, rivolsi a Gilardi tre domande sulla fotografia. A tali domande non seguirono delle "normali" risposte, come tutti potrebbero aspettarsi.
Spiego meglio: nel settembre 2006 Gilardi era già alle prese con la stesura del testo Meglio ladro che fotografo. Cito dall'introduzione: "
Ora concludo annunciando al lettore che questo libretto, praticamente tascabile, contiene un dialogo tra un vecchio fotografo e una giovane collega fotografa. Della sua vita, lunghissima assai, di creatore di migliaia di immagini, il vecchio racconta all'amica collega il bene e il male, le luci e le ombre: così fino al giorno del salto epocale dall'analogico al digitale".
Come risposta alle domande poste, Gilardi adoperò gli argomenti presentati per discuterne nel suo dialogo. Le singolari, ironiche, argute e sapienti risposte sono state suddivise in tre paragrafi dai titoli: Delle istantanee che non sono specchi e delle sindoni su vetro, Del Miracolo di San Samuele, Del fatto che non siano specchi nemmeno per i robot.
Le domande sono presentate di seguito per non far perdere continuità al dialogo che seguirà.
Gli interlocutori del dialogo sono Ando e Patrizia, ma a un certo punto, nello specifico di due domande, la "P" di Patrizia diventa quella di Paolo.
Nel testo tratto dal libro di Gilardi, evidenzio le parti strettamente legate a due delle domande sotto elencate:

- "Quali sono le differenze - dal punto di vista strutturale; percettivo; comunicativo; sociale - nella fruizione di un'opera d'arte attraverso una riproduzione digitale su internet, a stampa su libro, sino ad arrivare alla visione diretta dell'originale? Le riporto un'esperienza personale. Mi è capitato di vedere pubblicata sul catalogo della Pinacoteca Nazionale di Bologna la fotografia di un dipinto. L'opera in questione che mi ha colpito è la Deposizione di Luca Giordano, conservata nelle sale di Palazzo Pepoli Campogrande, succursale della Pinacoteca. Bene, a prima vista "NON HO RICONOSCIUTO L'OPERA"! L'avevo sempre e solo vista in modo diretto nel museo, ma le differenze di luce, il contesto della sala, le dimensioni, etc, hanno modificato e stravolto la mia percezione. Molti particolari mi erano sfuggiti, a mio avviso a causa del mediocre se non pessimo utilizzo delle luci nella sala. Grazie alla riproduzione stampata sul catalogo ho potuto notare molti, moltissimi particolari. È anche vero il contrario, che si possa venire a conoscenza di determinate opere tramite la fotografia, e quando ce le si ritrova davanti si resta interdetti, non la si riconosce. Che ruolo svolge la fotografia in queste circostanze?"

- "Lei afferma, in un suo intervento, che: "Se la legge dei numeri è vera, l'originale della Gioconda oggi è la sua Fotografia e il quadro al Louvre è un esemplare senza importanza da mezzo secolo non più fotografato ma riprodotto da riproduzioni". Alla sua affermazione fa eco Walter Bruno che afferma: "Con la digitalizzazione qualunque immagine diventa immagine di repertorio. Qualunque immagine è passabile di modifiche. Non esiste originale, non esiste copia. L'aura di Benjamin non è persa, ma semplicemente impensabile". Alla luce di queste riflessioni mi pare di riuscire a recuperare una certa aura, trovare un carattere di "unicità" proprio in quelle fotografie che più di un secolo fa decontestualizzavano e destrutturavano un'opera d'arte. Mi riferisco alla fotografia che numerose fototeche, musei e privati custodiscono. Possiamo considerare questi oggetti, frutto della riproducibilità tecnica, opere uniche con un'aura conquistata?"

- "Nel 1979 si è svolta un'importante mostra nella Chiesa di San Samuele a Venezia, dal titolo Il Miracolo di S. Samuele. Ipotesi per un museo immaginario. Cito dal prezioso catalogo: "Quaranta opere fra i più prestigiosi capolavori dell'arte custoditi nei musei italiani per riunirli in un'unica sede, in un museo ideale. Ideale poiché queste opere si trovano in sedi diverse e lontane e sono note le difficoltà di carattere organizzativo e finanziario che renderebbero praticamente irrealizzabile un progetto del genere. Tuttavia questo museo ideale si è fatto "miracolosamente" realtà: le opere, in grandezza originale, sono state riprodotte in Cibachrome, al massimo livello di fedeltà oggi consentito dai materiali della fotografia d'avanguardia. L'eccezionale livello qualitativo raggiunto dall'informazione visiva ha così consentito di realizzare un evento straordinario: Caravaggio e Guttuso, Simone Martini e Morandi raccolti insieme nel primo "Museo Immaginario" realizzato nella storia dell'arte e della fotografia".
Lei contribuì all'organizzazione della mostra, e a tal proposito vorrei attualizzare l'intervento che presentò, La fotografia nell'epoca della sua riproducibilità artistica. A distanza di quasi trent'anni molto è cambiato riguardo alle tecniche fotografiche, ma quello che le chiedo è una riflessione sulle potenzialità tecniche che si hanno oggi con la tecnologia digitale, sia nella riproduzione fotografica che nella divulgazione e presentazione delle opere grazie ad Internet".

Ando Gilardi risponde (dialogo tratto dal libro Meglio ladro che fotografo, pp. 15-18):

"Delle istantanee che non sono specchi e delle sindoni su vetro"

A - Nessuno pensa che la fotografia di un quadro sia una fotografia, un'istantanea; tutti pensano che sia il quadro. Voglio insistere: pensano che sia come uno specchio dove il quadro si riflette, e magari nel subconscio pensano addirittura che guardare la fotografia equivalga a guardare il quadro. Fra questi paranoici ci sono gli storici e critici dell'arte: nei loro libri parlano delle illustrazioni come se fossero le opere. E nei titoli le illustrazioni sono attribuite al pittore, non al fotografo. Si legge: "I dipinti di Raffaello" e non "Le istantanee di Pinco Pallino dei dipinti di Raffaello".
P - È sbagliato?
A - Quando non si tratta di malafede è una prova di ignoranza, tanto più che le istantanee non sono specchi, sono molto diverse dai dipinti: nelle tinte, nelle forme dei particolari e nelle dimensioni. Nessuno ha mai fatto una prova semplicissima, ossia proiettare la diapositiva di un quadro accanto al quadro, sia pure nella stessa dimensione: ci passa un abisso.
P - Nella sostanza lei afferma che conoscerne la riproduzione non vuol dire conoscere l'opera d'arte?
A - Nossignori! Dico semplicemente che "vederne" la fotografia non vuol dire vedere l'opera: solo si conosce che esiste qualcosa di vagamente simile alla fotografia. Ma si rende conto delle banalità che stiamo dicendo? Basterebbe strappare una pagina da una famosa storia dell'arte illustrata, incorniciarla e appenderla con la riproduzione dell'opera e il testo vicino al quadro originale per rendersi conto di cosa intendo.
P - Ma nessuno pensa di avere visto l'opera per averne visto la fotografia.
A - Invece è proprio qui che si sbaglia! Non si pensa di aver visto l'opera ma si crede di conoscerla, peggio ancora, di riconoscerla. Su dieci milioni di persone, solo una ha visto davvero il quadro della Gioconda ma gli altri pensano di conoscerla per averla vista stampata. Questo è il punto, alcuni vanno al Louvre e non scoprono niente di nuovo. È come il viaggio del pellegrino nei luoghi santi: ridondante per chi già crede nel sacro. Poi sa che cosa le dico?
P - Dica dica...
A - Nel caso della Gioconda, al Louvre il quadro si vede peggio che in certe eccellenti riproduzioni; si trova dietro un vetro infrangibile di cinque centimetri nel quale si specchia la faccia di chi guarda: è più un autoritratto che altro. Più tardi vorrei dire qualcosa su quelli che custodiscono gelosamente milioni di negativi presi da quadri, statue e affreschi, persuasi di salvare i soggetti. Che Dio li perdoni!
P(aolo) - Restiamo sulla Gioconda; lei ha scritto: "Se la legge dei numeri è vera, l'originale della Gioconda oggi è la sua fotografia e il quadro al Louvre è un esemplare senza importanza, da mezzo secolo non più fotografato ma riprodotto da riproduzioni". Alla sua affermazione fa eco Walter Bruno che afferma: "Con la digitalizzazione qualunque immagine diventa immagine di repertorio. Qualunque immagine è passibile di modifiche. Non esiste originale, non esiste copia. L'aura di Benjamin non è persa, ma semplicemente impensabile".
A - Le due affermazioni sono vere. Oggi l'arte esiste davvero nella sua riproduzione: lei, mettiamo, sa riconoscere cento capolavori e ne ha visti solo cinque appesi al muro. Se un incendio distruggesse tutti i quadri l'arte, il suo insegnamento, la sua critica, la sua storia continuerebbero a esserci, intatte, vive e vegete.
P - Osa dire che non mancherebbe nulla di essenziale?
A - Oso, oso: di essenziale, cioè sostanziale. Però mancherebbero i pellegrinaggi ai musei e alle grandi e costose mostre pubbliche. Mancherebbero l'organizzazione delle agenzie turistiche, i mezzi di trasporto interessati ecc. Insomma, tutta un'economia che giustifica l'importanza dei capolavori. La loro distruzione distruggerebbe questo turismo.
P - Ma non la vera e propria arte? Voglio essere preciso: non i veri contenuti?
A - Trovo avvilente dover precisare queste banalità: il fatto che sia andato distrutto il testo originale, il manoscritto della Divina Commedia, ha nuociuto alla cultura dantesca?
P - No, ma non si può mica...
A - Mi lasci finire: la sua riproduzione, specialmente tipografica, l'ha non solo salvata ma anche sviluppata enormemente. Oggi il poema si trova in tutte le case italiane, è stato tradotto in venti dialetti e cinquanta lingue.
P - Ma il caso delle immagini è diverso: la sostanza artistica è nella forma.
A - Lei confonde sostanza con significato...Cosa conta di più? Lei confonde la conoscenza dell'arte con il voyeurismo museofilo. Abbiamo fatto il caso di chi conosce, ricorda e magari scrive di cento immagini riprodotte ma ne ha viste solo cinque "anche" appese al muro. Non intendo continuare su questo tono, è inutile.
P(aolo) - Non si arrabbi, mi lasci dire, anche se pensa che non capisco niente. Mi lasci usare per una volta il linguaggio accademico: alla luce delle nostre riflessioni mi pare di riuscire a recuperare una certa "aura", trovare un carattere di "unicità" proprio in quelle fotografie che oltre e più di un secolo fa decontestualizzavano e destrutturavano un'opera d'arte. Mi riferisco specialmente alle negative su lastre di vetro già evocate, che numerose fototeche, musei e privati custodiscono. Possiamo considerare questi oggetti, frutto della riproducibilità tecnica, opere uniche con un' aura conquistata?
A - Dietro la sua finta modestia in realtà lei tenta di prendermi in giro. Mi prende forse per un docente universitario? Non sono mai stato tanto mortificato: io sono un fotografo! Però sarebbe utile uno studio, direi una buona tesi, proprio sul linguaggio accademico, pomposo e delirante, che si è formato in un secolo di riproduzione ministeriale dell'arte: una sovrintendente di mia conoscenza ha definito le vecchie lastre bianconero "reliquie", cioè oggetti di culto. Io vorrei aggiungere: "superstizioso".
P - Questo ne riduce l'importanza?
A - Ne azzera l'importanza scientifica; per il resto si potrebbero chiamare anche "sindoni" dell'opera da cui sono state prese; mi diverte pensare a un Cristo dipinto a olio che nel tempo sale al Calvario della distruzione: a un certo punto incontra un fotografo chiamato Veronica che ne fissa il sembiante su una lastra di vetro sensibile. Naturalmente rovesciata e in negativo, come conviene appunto alle sindoni.
P - Bello!

Il dialogo continua argomentando e rispondendo all'ultima domanda, quella sulla mostra Il Miracolo di San Samuele (capitoli
"Del miracolo di San Samuele" e "Del fatto che non siano specchi nemmeno per il robot" pp. 18-25, in A. Gilardi, Meglio ladro che fotografo. Tutto quello che dovreste sapere sulla fotografia ma preferirete non aver mai saputo, Bruno Mondadori, Milano 2007). Rimando e invito a continuare la lettura del libro.

E-mail spedita a Gilardi il 30 aprile 2007 in seguito alla pubblicazione del libro Meglio ladro che fotografo.
Stimatissimo Ando Gilardi, ho appena finito di leggere il suo ultimo libro! Fantastico e agghiacciante! Davvero. La ringrazio infinitamente per tutto ciò che mi ha trasmesso. È stato emozionante ritrovare in una parte del libro lo scambio di mail avvenute mesi fa. La ringrazio ancora per le "lezioni" che mi ha dato e che io ho accolto da giovane studente, anche se non molto umilmente, lo confesso. Augurandomi di avere presto una sua risposta, le porgo i miei più cordiali saluti.
Paolo Giuliani

Risposta di Ando Gilardi del 30 aprile 2007.

Forse non ci credi ma il tuo parere su Meglio ladro mi ha fatto piacere più degli altri. È poi vero che merito del libro è anche tuo perché nasce anche dai nostri discorsi.
Grazie
Ando

© Paolo Giuliani 2006 © Ando Gilardi 2007 © Paravia Bruno Mondadori Editori 2007
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