"Intervista a Manuela Corti"
di Paolo Giuliani

..Bologna, 19 Marzo 2003



P. Giuliani: Quand'è che ha pensato di dedicarsi all'arte, come ha iniziato la sua carriera e a farsi conoscere?

M. Corti: Non ho mai pensato in modo specifico di dedicarmi all'arte. Me ne sono invece interessata poco per volta dandomi dei progetti, dei tragitti. Ed è stato altrettanto casualmente che ho incontrato Renato Barilli. Le prime mie sperimentazioni o, se vogliamo, preferenze, hanno riguardato una sorta di parallelismo alla New Geo e questo credo fosse in linea con certe tendenze europee e nordamericane di quegli anni. Poi, naturalmente, c'é stata anche la mia preparazione filosofica che in qualche misura deve avere influenzato le mie scelte.
Il mio incontro con Renato Barilli è stato davvero positivo e risale a quel periodo la mia prima personale alla biblioteca Malatestiana di Cesena. Mi sembra fosse il 1990.

P. Giuliani: Dal 1990 e per i due anni seguenti ha tenuto delle mostre personali curate da Renato Barilli. Può parlarci di quel periodo e di un'opera in particolare ?

M. Corti: I primi due anni, vale a dire, appunto, dal 1990 al 1992, sono stati tutti in progress verso una definizione che in qualche maniera mi caratterizzasse.
Dalle forme geometriche con pittura a olio o acrilico in realtà non volevo liberarmi, piuttosto, cercare all'interno una soluzione combinata, una sorta di alea di incertezza che interagisse con la forma definita delle mie geometrie.
É sempre di quegli anni la nuova e antica diatriba tra scienza ed arte. Così non solo Renato Barilli ma anche Luciano Anceschi parteciparono ad alcuni dibattiti in occasione di mie personali o collettive, dove il tema postmoderno faceva già la parte dell'ospite d'onore.
Desideravo, insomma, agire dentro la materia. Questo mio desiderio era un desiderio strutturale. Ciò voleva dire che per me, agire dentro la materia significava soprattutto scavare, incidere, venire a capo di forme che non fossero necessariamente bidimensionali. Dunque mi interessava la scultura per un desiderio tattile e motorio. Sono sempre di quel periodo i miei primi lavori col polistirene, carta e colla. Certo, mi interessava una scultura con materiali leggeri e che desse anche un'idea di solidità fragile, di pesantezza lievitante. All'interno del polistirene, che tagliavo con un traforo a lama calda, potevo tracciare punti e direzioni e ritenzioni che facessero da base alla carta che poi incollavo sopra seguendo anche le increspature più o meno fitte che il supporto aveva già in sé. A volte preferivo interrompere il rivestimento con una soluzione di continuo che mettesse a nudo o anche solo scoprisse nuove forme-idee che nella preparazione delle opere si interessavano a me oltre che io a loro. Così ne nasceva un idillio tra certe crepe della materia e altre ferite che mi piaceva di ricreare, magari più profonde o utilizzando colori diversi o di natura differente. I miei quadri scultura si riproducevano poi con una logica modulistica, fianco a fianco, ma diversi per apparenza. Non solo, si gonfiavano nella maniera con cui si gonfiano i parallelepipedi ossia seguendo le linee originarie, come una specie d'inprinting, un messaggio genetico che agisse per autoriproduzione e accatastasse le tante forme comprimendole in una sola e non definitiva. Aggiungo poi che mi piace ricordare ora come il mio interesse non fosse soltanto per l'opera in sé ma anche per l'ambiente dove l'opera si presentava. Qui Renato Barilli aveva perfettamente ragione: mi piaceva e mi piace rivestire le cose. Ma, attenzione, mi piace rivestire le cose non per nasconderne altre.
Perché, invece, amo le forme differenti che posso in qualche modo ricreare o richiamare. Amo rivestire perché è una prova difficile per liberarsi dal contesto e in altra misura farne parte, come uno sfondo, una dimensione unica che voglia sì inglobare ma anche restituire. Come, appunto, un suono (non un rumore) di fondo.
Ricordo che con questa dialettica affrontai così i mie environnements. Per dare maggiore apertura alle opere in polistirene e carta che inserivo negli environnements decisi allora di non limitarmi più a scavare nel polystirene ma a creare fenditure, anch'esse geometriche, che dovevo però unire al loro contesto con tondi di metallo leggero che poi verniciavo con lo stesso colore della carta; oppure con corde elastiche che trattenevano l'occhio al centro creando un fulcro di potenza, di possibile liberazione energetica; oppure mi divertivo a legare le opere con tiranti, come feci per le quattro colonne in polistirene, carta e metallo che presentai alla biennale di Gubbio (1992).
Scoprii così che i miei e environnements potevano anche essere ridotti a un unico elemento che veniva a far parte di un contesto molto più ampio, ricordo la porta che presentai sempre a Gubbio, tagliata con luce laser ed esposta al vento; il vento passava attraverso e il metallo vibrava e si poteva udire un fischio accelerato dalle strutture metalliche (collezione Bargellini) o, ancora, potevo immergermi in un ambiente storico (Palazzo del Capitano di Cento, 1992) e dare a quelle enormi stanze e saloni un carattere meno solenne e di impatto volumetrico. É sempre del '92 la mia prima sperimentazione al computer. Devo premettere che il mio interesse per il computer risaliva già al 1985, quando vennero immessi sul mercato i primi pc e apple. Ma si trattava ancora di molto rumore per nulla. I computer, infatti, necessitavano di programmi base non dico complessi ma estremamente ripetitivi e che non portavano a fare grandi cose. Nel 1992, invece, comprai il mio primo LC che paragonato al più mediocre computer di questi tempi ha l'aspetto e le capacità di un ordigno preistorico. Quell'anno, peraltro, Renato Barilli mi invitò al premio Michetti e la mia curiosità per la sperimentazione mi spinse a cercare nuovi modi di presentare strutture attraverso il computer.
Portai un'opera gigante per le possibilità dei plotter del '92. Una macchia geometrica nero verde e le tracce del suo percorso con altre due opere a trama grossa. In realtà la causa è da riferirsi alla bassa definizione del plotter ma l'effetto che ne risultava era notevole. L'opera, dunque, che meglio ricordo di quegli anni è appunto questa perché rappresenta un passaggio che mi ha condotto poi verso una preferenza immateriale ma non troppo per i miei progetti a quella data futura (vedi immagine allegata). Di come essi si siano modificati dirò dopo.

P. Giuliani: Dopo la pittura ha scoperto ed ha cominciato ad adottare le nuove tecnologie come il video e il computer. Ci parli della sua esperienza alla 48° Biennale di Venezia e della sua attività nel digitale e di Internet.

M Corti: Diciamo piuttosto che si è trattato di una fase nella quale tutti gli elementi anzidetti erano presenti.
Il medium del computer mi affascinava per via delle tante possibilità che avevo di inserire nuovi intrecci a lavori precedenti e, allo stesso tempo, incitava a provarne di nuovi. L'esperienza che feci con stampe a colori RANK XEROS è forse la prima ma certo ne seguirono molte altre. Il fatto principale è che quando il Comune di Cesena mi dette la Galleria delle Pescherie Vecchie era già stata approvata una ristrutturazione degli interni da farsi entro pochi mesi. I responsabili del Comune mi dettero quindi carta bianca. Ecco perché mi parve interessante ricoprire, con un lavoro dal titolo Carta da Pararte, una zona racchiusa da quattro colonne e evidenziarla, così racchiusa, come un installazione all'interno di un'altra. Per questa ragione ricoprii anche il pavimento e il soffitto (il soffitto, tra l'altro, era pieno di mezze volte e andava ricondotto a un'altra ragione). L'effetto che ne venne fu entusiasmante.
Sembrava di camminare dentro un plotter cuboidale e non il contrasto ma l'avvicendarsi di altri spazi all'interno della galleria, stabiliva un'ottica interiore, un auto distinguersi attraverso una più intima passeggiata d'interno.
In fondo, ora che ne parlo, credo di avere sempre amato l'environnement.
Uno dei vincitori della passata biennale Serra, riesce bene a creare le differenze di luogo, lo straniamento, l'ambiente diciamo altro, attraverso l'azione; attraverso un movimento per esempio centripeto dove la differenza tra l'equilibrio e l'azione del camminare provocano per ricaduta la ri-flessione. Il turbamento che ne segue, ovvero sia il riappropriarsi dell'azione usuale, vale a dire dell'equilibrio per mezzo della ri-flessione è il reale spostamento dentro le vicende che l'artista si raccomanda di portarci dietro.
Così, dicevo, l'environnement è questo spostamento, attrito che richiama una nuova azione. Subito dopo carta da pararte ricordo il premio Marche (1993) dove fui invitata ancora una volta da Renato Barilli.
Qui avevo creato una macchina complessa, una stanza per autoriferirsi col meccanismo del Narcisismo all'incontrario. Gli elementi sono: una piattaforma quadrata di 30 mq, un cubo di uno , appunto cubo che sta al centro della piattaforma un monitor che sta al centro del cubo e una telecamera sospesa che si trova sopra al monitor.
L'opera si chiama Parquart (riconosco che mi atteggiavo un tantinello nei giochi di parole ma mi piaceva dare alle opere una sorta di rimando ad altri elementi che fossero calpestabili o da incollare alle pareti).
Lo spettatore aveva dunque il compito di camminare sulla piattaforma, sporgendosi verso il centro del cubo e osservare la propria nuca e schiena, visto che la telecamera era sospesa sopra e quindi poteva riprendere il volto dello spettatore solo a patto che guardasse la telecamera, ovvero non si riflettesse nel monitor. Di lato all'installazione c'era un'apparecchiatura fotografica Polaroid, comandabile a distanza e che utilizzava lo stesso obiettivo della telecamera per scattare o fermare un'immagine.
Questa installazione funzionò bene anche come salotto e posto per fare due chiacchiere sia per gli altri artisti presenti sia, poi, per il pubblico. A volte ce ne erano a quattro cinque per volta che si sedevano sul cubo parlando anche di faccende private che venivano registrate dal sonoro della telecamera.
Alla Biennale di Venezia (nei giardini e altrove ma in modo del tutto autonomo) portai un lavoro che aveva due referenti di spicco che per l'occasione si intersecavano. Il primo è McLuhan, il secondo Bergson.
Nella Galassia Gutemberg e nel Villaggio Globale, McLuhan, da bravo esploratore qual'era ma soprattutto, in questo caso, da preveggente, parla di uno degli effetti della globalizzazione. La polverizzazione della cultura, la messa in superficie di ogni apparente estrema profondità avrebbero avuto un effetto di ritorno, in senso nostalgico, in ciò che tante volte chiamiamo:la tradizione. Così, la rinascita dei dialetti locali, dei particolarismi culturali, delle connotazioni periferiche non sono altro che una reazione, un rimbalzo indietro davanti alla paura della perdita di centralità.
Ne: Le due fonti della morale e della religione, Bergson analizza, nella prima parte, ciò che rende un popolo una nazione e ravvisa nella religione e nel linguaggio i due fondamenti di tale trasformazione.
Avevo quindi preparato un paio di occhiali da sole con le lenti ricoperte da due coloratissimi stampati da computer dove sopra c'era scritto: language and religion. A chiunque si prestasse al gioco facevo montare gli occhiali da sole. Questi occhiali non permettevano di vedere nulla ma chi osservava poteva notare la scritta.
Poi chiedevo: - La nazione si riconosce nel popolo, nel linguaggio o nella religione?
Indipendentemente dalla risposta aggiungevo: - Guarda nella tua nazione e dimmi cosa vedi.
La maggior parte rispondeva: - Niente.
Altri, cercavano di sbirciare di lato per quanto era possibile, rendendo comunque plausibile una visione decentrata, eccentrica. Se devo essere sincera, non tutti i miei lavori, nel contesto espositivo di quel momento, mi hanno soddisfatto ma questo mi dette molta soddisfazione. Del resto mi piace ricordare ciò che mi ha più soddisfatto.

P. Giuliani: Barilli in una recente intervista, in merito ad una domanda sulla sua attività artistica ha dichiarato: "[…]Considerazioni analoghe valgono anche per la Corti, che ho conosciuto quando era impegnata in un astrattismo geometrico troppo classico, affidato a tele e colori a olio, spingendola a tentare tecniche più ardite. Ma ora ho l'impressione che Manuela abbia esagerato, smaterializzandosi un po' troppo, quindi le consiglierei di ritrovare qualche grado di concretezza e di manualità". Ritiene di essersi "smaterializzata" un po' troppo? Cosa ne pensa?

M. Corti: Ho letto l'intervista a Renato Barilli e prendo atto dei suoi consigli. È vero, Renato mi ha seguito fin dall'inizio e conosce bene il mio lavoro. In realtà non ho fatto una scelta di smaterializzazione. Semmai ho seguito alcune mie preferenze nell'ambito della video arte e queste preferenze puntavano diritto verso la rete.
Poi, nella rete, mi è piaciuto ristare, cercando in qualche modo di cristallizzare alcuni dati caratteristici della rete.
Da questa mia passione sono nati alcuni lavori di cui parlerò dopo. Certo è che ho in massima parte abbandonato elementi cosiddetti materiali, ma non perché li ho dimenticati. In questi ultimi anni ho presentato molti lavori di video arte. L'ultimo - Bacchino 2002 - è stato presentato al Beaubourg. Ho semmai dovuto scindere e abbandonare molte tendenze di gruppo che da un lato vedono nell'hardware ancora l'elemento preponderante e altre che lo vedono nel software. O, ancora, l'uso delle nuove tecnologie come strumento ludico. In effetti, ricordo ancora McLuhan che, ne La Galassia Gutenberg parla di tanti primi usi o utilizzi che di volta in volta si facevano delle nuove tecnologie del momento. Il telegrafo senza fili, per esempio, per giocare a scacchi. Ecco, della tecnologia si può fare ingenuamente un uso diverso quando non si sa cosa farsene. Ma fare i giochini di gruppo e poi ridere di quei giochini lo trovo un attimo limitativo. In tal senso escludo che mi troverò mai a fare trastulli con un computer.
Per tornare all'intervista di Renato Barilli, di cui ho sempre apprezzato l'onestà e l'amicizia, dirò che mi sto ora nuovamente dedicando al video o video computer con environnement. Sto studiando certe altre divertenti presentazioni di stanze infinite. Questo studio mi porta a confrontare la materia con l'ambiente e di immateriale c'è la parte che gira attorno agli spazi.

P. Giuliani: Non sono mancati negli ultimi anni progetti di net.art come "Passages" e "Project Grey". I suoi prossimi progetti?

M. Corti: Dirò brevemente di Passages. Si tratta di un progetto che avevo sviluppato sul romanzo di Gianni Actis Barone Antropoeccentrico. A ogni artista invitato (ventitre di tutte le nazionalità) davo l'incarico di tradurre dall'inglese alla loro lingua madre un breve passaggio del libro (uno per quattro artisti alla settimana) e davo l'incarico di interpretare graficamente il passaggio. Il lavoro terminato fu portato poi al Palazzo delle Esposizioni di Roma nella mostra: La coscienza luccicante da Paola Barbara Sega e Maria Grazia Tolomeo, curatrici della mostra, svoltasi nel 1998. Su questo lavoro si è parlato molto come uno dei primi lavori italiani di net art.
Gianni Romano l'ha inserito nel suo ArtScape (Costa & Nolan, 1999). È un lavoro che, a tutt'oggi, porta seimila visite ogni mese, e proprio quest'anno si è arricchito con la pubblicazione integrale del romanzo in Italiano e in Inglese, leggibile solo quotidianamente nell'arco di un anno (www.gianniactisbarone.net).
Il progetto Grey nasceva da una domanda che avevo posto ad alcuni artisti presenti nel progetto Passages e ad altri: - Se domattina fossi obbligato ad assistere a un'esecuzione capitale come passeresti la serata?
Anche in questo caso ne sono venuti fuori lavori di testo e di grafica. Il progetto Grey fa parte di un progetto più ambizioso che tende a far conoscere vari aspetti culturali dei paesi dove ancora si pratica la pena di morte.
A questo progetto hanno anche partecipato gli studenti di un corso sull'arte e le nuove tecnologie che si è tenuto nel 2000 a Bologna. Gli studenti, tra cui era presente anche il mio intervistatore Paolo Giuliani, avevano il compito di fare da tutors agli artisti presenti; dialogare con loro e trarne gli elementi per una futura critica alle opere, oltre che contribuire con un loro personale lavoro.
Il mio ultimo progetto, ancora incompleto, si chiama Enrizopedia Universale. Il titolo mi è stato regalato da Paolo Fabbri che, con l'avvento delle nuove tecnologie, vede ormai l'impossibilità a che ogni cosa sia ciclica.
Naturalmente Paolo Fabbri ha preso il termine dalla filosofia di Deleuze e Guattari. L'opera Enrizopedia Universale è un semplice curriculum vitae. Ogni parola, però, di tutte le pagine che compongono il CV, viene rimandata ai motori di ricerca. Ogni parola, cioè, viene moltiplicata per le infinite volte che le combinazioni dei vari termini, elementi, riferimenti, hanno tra loro. I motori di ricerca hanno il compito di vagliare, per esempio, tutte le volte che viene scritta la città di Siena (dove sono nata), quante volte lo stesso motore ha evidenziato la medesima pagina o un gruppo di queste. Poiché di pagine che fanno riferimento a Siena, sui vari motori di ricerca, ce ne sono a migliaia e, con buona approssimazione, il 30% viene aggiornato periodicamente, la possibilità di trovare la stessa pagina o lo stesso gruppo è quasi inesistente. Ne nasce un lavoro cosmico sull'informazione perché ogni singolo termine riferito entra nuovamente in gioco sotto altra forma o sotto forma più aggiornata. Come dire, noi siamo il nostro mondo. Ma certo il lavoro prosegue con entusiasmo.

Manuela Corti - Berlino, marzo 2003
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