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S.r
Entio Bentivoglio
Di spirto, d'ingegno, di richezza grande da riuscire in ogni
negotio, ed impresa,
largo spenditore, privo alle volte di moneta, uso antico della
sua famiglia.
(C. Rondoni, Ferrara 1614)[1]
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Fig. 1 - Dosso Dossi, Santi Cosma e Damiano,
1520-1522. Galleria Borghese, Roma. (da
Wikimedia Commons)
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La
prima indagine sulla dipartita di molte opere d'arte da Ferrara
durante gli anni della devoluzione del ducato estense allo Stato
Pontificio risale agli studi di Guido Marcon, Silvia Maddalo
e Giuliana Marcolini che ricostruirono, attraverso lo spoglio
dei documenti conservati all'Archivio di Stato di Ferrara, le
vicende legate al traffico delle opere d'arte ferraresi [2].
Un recente saggio, curato da Jadranka Bentini e Sergio Guarino
[3], riprendendo questo argomento, evidenzia la costante presenza
di dipinti ferraresi nella primitiva costituzione delle più
importanti collezioni d'arte romane, come quelle di Scipione
Borghese, dei Barberini e di Pietro Aldobrandini. I Bentivoglio,
soprattutto i marchesi fratelli Enzo e Ippolito, ebbero un ruolo
fondamentale nella vicenda dell'esodo del patrimonio artistico
estense a Roma, come mediatori e agenti artistici al servizio
di cardinali e prelati romani, primo fra tutti Scipione Borghese.
Le opere d'arte che giunsero a Roma da Ferrara per tramite dei
Bentivoglio, andarono ad arricchire, e in qualche caso a formare
ex novo, le raccolte romane.
Dopo il 1598 la maggior parte dei beni di casa d'Este passò
a Roma in modo legittimo, cioè attraverso la successione di
diritto fissata nel testamento di Lucrezia d'Este che inserì,
tra i beneficiari, la sorella Anna, duchessa di Nemours, che
pretese per sé tutti i beni della casa estense esistenti, e
anche il cardinal Pietro Aldobrandini. Diversamente avvenne
per ciò che riguardava i quadri che ornavano i camerini della
Via Coperta, cioè i beni allodiali della famiglia d'Este di
cui l'Aldobrandini avrebbe dovuto tutelare l'esistenza. È intorno
alla vicenda del 'furto', più o meno lecito, di molti quadri
che arredavano i diversi camerini del Castello estense che si
concentra il ruolo di Enzo Bentivoglio e quello, non indifferente,
del fratello Ippolito, come intermediari principali tra Ferrara
e Roma.
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I
dipinti ubicati nei camerini della Via Coperta rappresentavano
la gloria degli Este, sia sul piano della raffigurazione allegorica,
voluta da Alfonso I d'Este, che su quello dei soggetti iconografici
e degli autori - Giovanni Bellini, Tiziano, Dosso Dossi - che
suscitavano l'ammirazione e la curiosità degli ospiti in visita
al Castello. Secondo la Bentini [4] uno dei principali motivi
che portarono alla scomparsa dei capolavori di Dosso, Tiziano
e Bellini è da imputare all'aura di interesse, quasi mitizzato,
che si era incentrata intorno a tali opere, da cui l'aristocrazia
curiale romana era molto attratta. La concentrazione degli interessi
sulle opere degli autori citati, tralasciando invece quasi completamente
le ricche raccolte antiquarie conservate dal duca Alfonso II
al Castello, palesa un desiderio di possessione di quei tesori
che rappresentavano l'emblematica figura del potere dei vinti
(gli Este) [5].
Gli ultimi studi [6] riguardanti la dipartita dei quadri che
arredavano i camerini, permettono di ricostruire la cronologia
dell'accaduto: una prima fase di spedizioni a Roma avvenne immediatamente
dopo l'abbandono di Ferrara da parte del duca Cesare (26 novembre
1598) e interessò il Festino degli Dei di Bellini, l'Offerta
a Venere, gli Andrii e Bacco e Arianna di
Tiziano e la Baccanaria d'uomini del Dosso, che furono
prelevati su ordine del cardinal reggente Pietro Aldobrandini,
custode dei beni degli Este [7]. Il Castello estense fu infatti
lasciato completamente in balia del nuovo proprietario, papa
Clemente VIII, e del cardinal nipote che approfittò della situazione
a vantaggio della propria collezione di opere d'arte a Roma
[8].
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Fig.
2 - Dosso Dossi, Ira (o la Zuffa), 1515-1516. Fondazione
Cini, Venezia. (da
Wikimedia Commons)
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Fig.
3 - Dosso Dossi, Allegoria della Musica, 1522 ca. Museo
della Fondazione Horne, Firenze.
(da
Wikimedia
Commons)
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Grazie alla convenzione faentina, siglata da Lucrezia d'Este
(duchessa di Urbino e sorella di Alfonso I d'Este) alla fine
del Cinquecento, gran parte dell'aristocrazia locale entrò
nel Consiglio Centumvirale, istituito da Clemente VIII a Ferrara,
suggellando la fine della signoria ferrarese. Fra i consiglieri
nominati dal papa vi era anche Enzo Bentivoglio, che nel 1608
ricevette il prestigioso incarico di ambasciatore di Ferrara
a Roma, presso il pontefice. Uno dei protagonisti della seconda
fase del trafugamento dei dipinti estensi fu proprio il marchese
Enzo che, tra 1607 e 1608, si occupò personalmente del recupero
e della spedizione dei quadri del soffitto che si trovavano
nella camera da letto di Alfonso I [9] e in altri camerini.
Enzo
Bentivoglio tra Ferrara e Roma: l'amicizia con Scipione Borghese
I
rapporti fra Enzo e Scipione iniziarono nel 1607 quando il
Bentivoglio cercava di ottenere le concessioni per riattivare
alcuni mulini di un suo possedimento ferrarese, e gli appalti
per le bonifiche dei terreni alluvionati situati tra il Po
e il Tartaro; da parte sua, Scipione iniziava invece a costituire
la propria collezione d'arte ed era interessato, soprattutto,
al patrimonio artistico ferrarese, di cui certamente conosceva
l'esistenza [10].
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In
una nota lettera del febbraio 1607, più volte riportata, Giustiniano
Masdoni, commissario degli Este, affermava che "…il Cardinale
è entrato in humore di belle pitture…" [11], confermando che
a quella data Scipione aveva già puntato la sua attenzione sulle
opere ferraresi.
La corrispondenza tra i due si infittisce con il trascorrere
delle settimane tra giugno e luglio 1607: nelle lettere inviate
dagli agenti del Borghese da Roma ad Enzo Bentivoglio aumentano
continuamente le richieste di nuovi quadri da procurare. Intorno
alla fine del settembre 1607, i molti favori rivolti al cardinal
nepote cominciarono ad avere gli effetti sperati da Enzo Bentivoglio,
cioè la riattivazione del mulino di Filo e la concessione per
le bonifiche. Nel dicembre dello stesso anno, un quadro che
si trovava nell'Ospedale di Sant'Anna a Ferrara fu richiesto
al vescovo di Ferrara dal marchese Enzo, che intendeva pagarlo
con il proprio denaro per donarlo al cardinal Borghese [12].
L'opera è identificata dalla critica [13] con la pala dei Santi
Cosma e Damiano di Dosso (Galleria Borghese, Roma), commissionata
intorno al 1520 - 1522 per l'Ospedale di Sant'Anna a Ferrara
(fig. 1). Dalla corrispondenza relativa alla pala emerge che
l'impegno diplomatico di Enzo Bentivoglio, per conquistarsi
il favore del potente cardinale, fu assai contrastato, dal momento
che il merito per l'acquisizione del pregevole dipinto fu conteso
tra Ippolito Bentivoglio fratello di Enzo, il giudice dei savi
Battista Muzzarelli e lo stesso vescovo di Ferrara [14]. Ma,
in fine, il Borghese riconobbe al solo Enzo Bentivoglio il ruolo
di protagonista della fortunata acquisizione, portata a termine
il 24 maggio 1608, quando la pala giunse a Roma [15].
I
fregi del Camerino di Alabastro con le 'Storie di Enea' di Dosso
Gli
scambi epistolari intercorsi durante l'anno 1608 citano una
serie di quadri provenienti dal camerino al Castello dove vi
erano i rilievi di alabastro scolpiti da Antonio Lombardo: in
una lettera, datata 15 febbraio [16], compare la prima cortese
richiesta del cardinale Borghese a Ippolito Bentivoglio a Modena,
affinché gli procurasse i quadri che restavano nel Camerino
d'alabastro. Nella richiesta inoltrata dal Borghese traspare
la volontà di emulare il suo predecessore, il cardinal nipote
Aldobrandini, che si era già appropriato dei Baccanali
di Giovanni Bellini, di Tiziano e di Dosso [17] collocati nel
camerino di Alfonso I. È probabile che Scipione abbia ricevuto
le informazioni sui quadri dello 'studiolo' di Alfonso I e sulla
possibilità di ottenerli direttamente da Ferrara, forse proprio
da Enzo Bentivoglio.
In una missiva, datata 25 marzo 1608, emerge l'insistente interesse
di Scipione Borghese verso i quadri del Camerino d'Alabastro,
di cui si specificò finalmente il soggetto [18]. Si tratta delle
tele con le Storie di Enea, una serie composta originariamente
da dieci storie ispirate all'Eneide virgiliana, dipinte
da Dosso Dossi per un fregio che correva lungo le pareti sotto
il soffitto del camerino di Alfonso I [19]. Iniziò da questo
momento una disputa tra Scipione Borghese e il duca di Modena
che si contendevano i dipinti dosseschi, confusa ulteriormente
dalla complicità di Enzo Bentivoglio. Lo spregiudicato e battagliero
Scipione riuscì infine a convincere il più debole Cesare d'Este
a cedergli le Storie di Enea tanto desiderate, ma a causa
di un grosso equivoco, in cui cadde il commissario estense Giustiniano
Masdoni, furono spediti a Roma i dipinti sbagliati. Il Masdoni,
non essendo probabilmente a conoscenza della reale consistenza
e dell'ubicazione del camerino di Alfonso I al Castello di cui
aveva la custodia, consegnò per errore al marchese Enzo Bentivoglio
- incaricato da Roma del trasporto delle opere - non le Storie
di Enea ma dieci 'sfondati', di cui nove a mandorla e uno
tondo del soffitto di altri due camerini, decorati con mezze
figure, che egli stesso aveva fatto staccare e portare nella
'Camera del Diamante' insieme ad altri sedici paesi che ornavano
il fregio [20]. Le tavole con le allegorie di Ira (o
La Zuffa) (Fondazione Cini, Venezia) (fig. 2), Conversazione,
Ebbrezza, Amore (o L'Abbraccio), Seduzione,
Musica (Galleria Estense di Modena) (fig. 3) e Violenza
(Dobò Istvan, Vàrmùzeum, Eger, Ungheria), formavano in origine
un gruppo di nove ovali (poi ritagliati in rombi) collocati
sul soffitto ligneo dorato del primo appartamento ducale della
Via Coperta, probabilmente la camera da letto di Alfonso I.
Il tondo (oggi diviso in due parti) con Uomo che abbraccia
una donna (National Gallery, Londra) e Giovane con canestro
di fiori (Collezione privata), proveniva invece dal soffitto
della 'Camera del Poggiolo', ubicata al centro della Via Coperta
che collegava il Castello degli Este con il palazzo Ducale di
Ferrara [21]. Le Storie di Enea rimasero al loro posto
nella Camera d'Alabastro, mentre partirono per Roma le dieci
tavole che subito Enzo Bentivoglio si affrettò a definire di
"molto maggior pregio degli altri dipinti".
Al termine della complicata vicenda, Scipione Borghese si trovò
in possesso dei dieci episodi tratti dall'Eneide, che il duca
Cesare gli aveva promesso fin dal principio delle trattative,
e di quattro delle tele con 'mezze figure e sfondati' che invece
il duca aveva intenzione di tenere per sé, ma che decise poi
di dividere col cardinale [22]. I quadri ferraresi di Dosso
confluirono nella raccolta Borghese che arredava la 'Camera
dei Bronzi' nel palazzo del cardinale, l'odierno palazzo Torlonia
a Roma.
Per soddisfare a favori reciproci il marchese Enzo Bentivoglio
utilizzò, dunque, l'arte come una merce ottenendo ciò che tanto
desiderava: il 3 marzo del 1609 papa Paolo V emanò un chirografo
con il quale concedeva ad Enzo di iniziare la redditizia opera
di bonifica a Ferrara [23].
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Bibliografia
[1]
La citazione è tratta da Manuscrito osia Cronaca di Claudio
Rondoni Cittadino Ferrarese dalli 29 gennaio 1598 a tutto il
28 luglio 1614, Ferrara, Biblioteca Comunale Ariostea di
Ferrara, ms. cl. A 250, Cap. 1221, c. 148v. Cfr. D. FABRIS,
Mecenati e musici. Documenti sul patrimonio artistico dei
Bentivoglio di Ferrara nell'epoca di Monteverdi (1585-1645),
Lucca, 1999, p. 26.
[2] G. MARCON, S. MADDALO, G. MARCOLINI, Per una storia dell'esodo
del patrimonio artistico estense a Roma, in Frescobaldi e il
suo tempo, catalogo della mostra, Ferrara 1983. pp. 93-105.
[3] Il museo senza confini. Dipinti ferraresi del Rinascimento
nelle raccolte romane, a cura di J. BENTINI e S. GUARINO,
Milano, 2002.
[4] J. BENTINI, Da Ferrara a Roma. La migrazione dei dipinti
ferraresi dopo la devoluzione, in Il museo senza confini…,
cit., p. 15.
[5] J. BENTINI, Da Ferrara a Roma…, cit., pp. 16-17.
[6] Gli Este a Ferrara. Il Camerino di Alabastro: Antonio
Lombardo e la scultura all'antica, a cura di M. CERIANA,
catalogo della mostra, Ferrara, Milano, 2004; Gli Este a
Ferrara. Una corte nel Rinascimento, a cura di J. BENTINI,
catalogo della mostra, Ferrara, Milano, 2004.
[7] J. BENTINI, S. GUARINO, Il destino dei Baccanali,
in Il museo senza confini…, cit., pp. 49-53.
[8] In riferimento: A. COLIVA, I Dosso della collezione Borghese:
precisazioni documentarie, iconografiche e tecniche, in
Dosso Dossi. Pittore di corte a Ferrara nel Rinascimento,
a cura di P. HUMFREY e M. LUCCO, catalogo della mostra, Ferrara,
1998, pp. 72-79; L. TESTA, La collezione del Cardinal Pietro
Aldobrandini: modalità di acquisizione e direttive culturali,
in I cardinali di Santa Romana Chiesa, a cura di M. GALLO,
Roma, 2003, pp. 38-60; S. TARASSI DE JACOBIS, Nuova luce
su vecchie carte: l'eredità Aldobrandini e la collezione Borghese,
in "Proporzioni", 4, 2004, pp. 160-191.
[9] J. BENTINI, Da Ferrara a Roma…, cit., pp. 16-17 con
bibliografia.
[10] Cfr. G. MARCON, S. MADDALO, G. MARCOLINI, Per una storia…,
cit., pp. 93-105.
[11] A. MEZZETTI, Il Dosso e Battista ferraresi, Milano,
1965, p. 135.
[12] Archivio di Stato di Ferrara (d'ora in poi ASFe), Archivio
Bentivoglio, corrispondenza, lettere sciolte, 9-42, c. 739;
ASV, Fondo Borghese, serie I, nn. 540-542, c. 108; n. 976b (senza
numerazione); cfr. Ibidem, doc. 22, 23, 24.
[13] P. DELLA PERGOLA, I dipinti della Galleria Borghese,
I, Roma, 1955, p. 32 con bibliografia.
[14] Cfr. le lettere pubblicate in G. MARCON, S. MADDALO, G.
MARCOLINI, Per una storia…, cit., p. 100.
[15] ASFe, Archivio Bentivoglio, corrispondenza, lettere sciolte,
9-44, c. 465; cfr. Ibidem, doc. 46.
[16] Il documento è reso noto da A. MEZZETTI, Le 'Storie
di Enea'del Dosso nel 'camerino di alabastro' di Alfonso I d'Este,
in "Paragone", 189, XVI, (novembre 1965), pp. 71-84.
[17] Dopo molte vicende i dipinti di Tiziano L'offerta a
Venere e gli Andrii finirono al Museo del Prado,
Madrid; il Festino degli Dei di Bellini alla National
Gallery of Art, Washington; la Baccanaria d'uomini di
Dosso alla National Gallery di Londra.
[18] ASFe, Archivio Bentivoglio, corrispondenza, lettere sciolte,
8-18, c. 104; cfr. G. MARCON, S. MADDALO, G. MARCOLINI, Per
una storia…, cit., doc. 35.
[19] A. BALLARIN, Dosso Dossi: La pittura a Ferrara negli
anni del ducato di Alfonso I, a cura di A. PATTANARO e V.
ROMANI, I vol., Cittadella, 1994; P. HUMFREY, Dosso Dossi.
Pittore di corte a Ferrara nel Rinascimento, a cura di P.
HUMFREY e M. LUCCO, catalogo della mostra, Ferrara, 1998, pp.
147-153. Il fregio con Enea che entra nei Elisi si trova
alla National Gallery of Canada, Ottawa; Giochi siciliani
è conservato a The Trustees of the Barber Institute of Fine
Ats, The University of Birmingham; Enea e Acate sulla costa
della Libia si trova alla National Gallery di Washington,
Collezione Samuel H. Kress.
[20] A. MEZZETTI, Le 'storie di Enea'del Dosso nel 'camerino
di alabastro' di Alfonso i d'Este, in "Paragone", 189, XVI,
(novembre 1965), cit. p. 74-75; G. MARCON, S. MADDALO, G. MARCOLINI,
Per una storia…, cit., pp. 99-100; P. HUMFREY, Dosso
Dossi…, cit., pp. 158-170.
[21] P. HUMFREY, Dosso Dossi…cit., pp. 187-191.
[22] Al Borghese pervennero quattro tele: Ira o la Zuffa
(Fondazione Cini, Venezia) e la Violenza (Eger, Ungheria),
più altre due descritte negli inventari Borghese come "Doi quadri
in tavola di tre mezze figure per ciascheduno doi dei quali
ingrillandati, et uno dito alla bocca, l'altro non ingrillandato,
una con grillando in mano", cfr. P. HUMFREY, Dosso Dossi…,
cit., p. 166. Vedi anche l'inventario inedito pubblicato da
S. CORRADINI, Un antico inventario della quadreria del Cardinal
Borghese, in Bernini Scultore. La nascita del Barocco
in Casa Borghese, a cura di A. COLIVA, S. SCHÜTZE, Roma,
1998, pp. 449-456.
[23] G. MARCON, S. MADDALO, G. MARCOLINI, Per una storia…,
cit., p. 97.
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Il testo pubblicato è un estratto della tesi
di specializzazione in storia dell'arte medievale e moderna discussa
presso il Dipartimento di Arti Visive dell'Università di Bologna:
P. Alunni, I Bentivoglio fra committenza e mercato dell'arte nel
XVII secolo: Ferrara, Gualtieri, Roma, anno accademico 2003-2004,
relatrice prof.ssa Vera Fortunati.
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