Il ruolo dei Bentivoglio nella dispersione

del patrimonio artistico estense
di Patrizia Alunni

 

S.r Entio Bentivoglio
Di spirto, d'ingegno, di richezza grande da riuscire in ogni negotio, ed impresa,
largo spenditore, privo alle volte di moneta, uso antico della sua famiglia.
(C. Rondoni, Ferrara 1614)
[1]


Fig. 1 - Dosso Dossi, Santi Cosma e Damiano, 1520-1522. Galleria Borghese, Roma. (da Wikimedia Commons)
 

La prima indagine sulla dipartita di molte opere d'arte da Ferrara durante gli anni della devoluzione del ducato estense allo Stato Pontificio risale agli studi di Guido Marcon, Silvia Maddalo e Giuliana Marcolini che ricostruirono, attraverso lo spoglio dei documenti conservati all'Archivio di Stato di Ferrara, le vicende legate al traffico delle opere d'arte ferraresi [2]. Un recente saggio, curato da Jadranka Bentini e Sergio Guarino [3], riprendendo questo argomento, evidenzia la costante presenza di dipinti ferraresi nella primitiva costituzione delle più importanti collezioni d'arte romane, come quelle di Scipione Borghese, dei Barberini e di Pietro Aldobrandini. I Bentivoglio, soprattutto i marchesi fratelli Enzo e Ippolito, ebbero un ruolo fondamentale nella vicenda dell'esodo del patrimonio artistico estense a Roma, come mediatori e agenti artistici al servizio di cardinali e prelati romani, primo fra tutti Scipione Borghese. Le opere d'arte che giunsero a Roma da Ferrara per tramite dei Bentivoglio, andarono ad arricchire, e in qualche caso a formare ex novo, le raccolte romane.
Dopo il 1598 la maggior parte dei beni di casa d'Este passò a Roma in modo legittimo, cioè attraverso la successione di diritto fissata nel testamento di Lucrezia d'Este che inserì, tra i beneficiari, la sorella Anna, duchessa di Nemours, che pretese per sé tutti i beni della casa estense esistenti, e anche il cardinal Pietro Aldobrandini. Diversamente avvenne per ciò che riguardava i quadri che ornavano i camerini della Via Coperta, cioè i beni allodiali della famiglia d'Este di cui l'Aldobrandini avrebbe dovuto tutelare l'esistenza. È intorno alla vicenda del 'furto', più o meno lecito, di molti quadri che arredavano i diversi camerini del Castello estense che si concentra il ruolo di Enzo Bentivoglio e quello, non indifferente, del fratello Ippolito, come intermediari principali tra Ferrara e Roma.


I dipinti ubicati nei camerini della Via Coperta rappresentavano la gloria degli Este, sia sul piano della raffigurazione allegorica, voluta da Alfonso I d'Este, che su quello dei soggetti iconografici e degli autori - Giovanni Bellini, Tiziano, Dosso Dossi - che suscitavano l'ammirazione e la curiosità degli ospiti in visita al Castello. Secondo la Bentini [4] uno dei principali motivi che portarono alla scomparsa dei capolavori di Dosso, Tiziano e Bellini è da imputare all'aura di interesse, quasi mitizzato, che si era incentrata intorno a tali opere, da cui l'aristocrazia curiale romana era molto attratta. La concentrazione degli interessi sulle opere degli autori citati, tralasciando invece quasi completamente le ricche raccolte antiquarie conservate dal duca Alfonso II al Castello, palesa un desiderio di possessione di quei tesori che rappresentavano l'emblematica figura del potere dei vinti (gli Este) [5].
Gli ultimi studi [6] riguardanti la dipartita dei quadri che arredavano i camerini, permettono di ricostruire la cronologia dell'accaduto: una prima fase di spedizioni a Roma avvenne immediatamente dopo l'abbandono di Ferrara da parte del duca Cesare (26 novembre 1598) e interessò il Festino degli Dei di Bellini, l'Offerta a Venere, gli Andrii e Bacco e Arianna di Tiziano e la Baccanaria d'uomini del Dosso, che furono prelevati su ordine del cardinal reggente Pietro Aldobrandini, custode dei beni degli Este [7]. Il Castello estense fu infatti lasciato completamente in balia del nuovo proprietario, papa Clemente VIII, e del cardinal nipote che approfittò della situazione a vantaggio della propria collezione di opere d'arte a Roma [8].

 


Fig. 2 - Dosso Dossi, Ira (o la Zuffa), 1515-1516. Fondazione Cini, Venezia. (da Wikimedia Commons)



Fig. 3 - Dosso Dossi, Allegoria della Musica, 1522 ca. Museo della Fondazione Horne, Firenze. (da Wikimedia Commons)
 

Grazie alla convenzione faentina, siglata da Lucrezia d'Este (duchessa di Urbino e sorella di Alfonso I d'Este) alla fine del Cinquecento, gran parte dell'aristocrazia locale entrò nel Consiglio Centumvirale, istituito da Clemente VIII a Ferrara, suggellando la fine della signoria ferrarese. Fra i consiglieri nominati dal papa vi era anche Enzo Bentivoglio, che nel 1608 ricevette il prestigioso incarico di ambasciatore di Ferrara a Roma, presso il pontefice. Uno dei protagonisti della seconda fase del trafugamento dei dipinti estensi fu proprio il marchese Enzo che, tra 1607 e 1608, si occupò personalmente del recupero e della spedizione dei quadri del soffitto che si trovavano nella camera da letto di Alfonso I [9] e in altri camerini.

Enzo Bentivoglio tra Ferrara e Roma: l'amicizia con Scipione Borghese

I rapporti fra Enzo e Scipione iniziarono nel 1607 quando il Bentivoglio cercava di ottenere le concessioni per riattivare alcuni mulini di un suo possedimento ferrarese, e gli appalti per le bonifiche dei terreni alluvionati situati tra il Po e il Tartaro; da parte sua, Scipione iniziava invece a costituire la propria collezione d'arte ed era interessato, soprattutto, al patrimonio artistico ferrarese, di cui certamente conosceva l'esistenza [10].

In una nota lettera del febbraio 1607, più volte riportata, Giustiniano Masdoni, commissario degli Este, affermava che "…il Cardinale è entrato in humore di belle pitture…" [11], confermando che a quella data Scipione aveva già puntato la sua attenzione sulle opere ferraresi.
La corrispondenza tra i due si infittisce con il trascorrere delle settimane tra giugno e luglio 1607: nelle lettere inviate dagli agenti del Borghese da Roma ad Enzo Bentivoglio aumentano continuamente le richieste di nuovi quadri da procurare. Intorno alla fine del settembre 1607, i molti favori rivolti al cardinal nepote cominciarono ad avere gli effetti sperati da Enzo Bentivoglio, cioè la riattivazione del mulino di Filo e la concessione per le bonifiche. Nel dicembre dello stesso anno, un quadro che si trovava nell'Ospedale di Sant'Anna a Ferrara fu richiesto al vescovo di Ferrara dal marchese Enzo, che intendeva pagarlo con il proprio denaro per donarlo al cardinal Borghese [12]. L'opera è identificata dalla critica [13] con la pala dei Santi Cosma e Damiano di Dosso (Galleria Borghese, Roma), commissionata intorno al 1520 - 1522 per l'Ospedale di Sant'Anna a Ferrara (fig. 1). Dalla corrispondenza relativa alla pala emerge che l'impegno diplomatico di Enzo Bentivoglio, per conquistarsi il favore del potente cardinale, fu assai contrastato, dal momento che il merito per l'acquisizione del pregevole dipinto fu conteso tra Ippolito Bentivoglio fratello di Enzo, il giudice dei savi Battista Muzzarelli e lo stesso vescovo di Ferrara [14]. Ma, in fine, il Borghese riconobbe al solo Enzo Bentivoglio il ruolo di protagonista della fortunata acquisizione, portata a termine il 24 maggio 1608, quando la pala giunse a Roma [15].

I fregi del Camerino di Alabastro con le 'Storie di Enea' di Dosso

Gli scambi epistolari intercorsi durante l'anno 1608 citano una serie di quadri provenienti dal camerino al Castello dove vi erano i rilievi di alabastro scolpiti da Antonio Lombardo: in una lettera, datata 15 febbraio [16], compare la prima cortese richiesta del cardinale Borghese a Ippolito Bentivoglio a Modena, affinché gli procurasse i quadri che restavano nel Camerino d'alabastro. Nella richiesta inoltrata dal Borghese traspare la volontà di emulare il suo predecessore, il cardinal nipote Aldobrandini, che si era già appropriato dei Baccanali di Giovanni Bellini, di Tiziano e di Dosso [17] collocati nel camerino di Alfonso I. È probabile che Scipione abbia ricevuto le informazioni sui quadri dello 'studiolo' di Alfonso I e sulla possibilità di ottenerli direttamente da Ferrara, forse proprio da Enzo Bentivoglio.
In una missiva, datata 25 marzo 1608, emerge l'insistente interesse di Scipione Borghese verso i quadri del Camerino d'Alabastro, di cui si specificò finalmente il soggetto [18]. Si tratta delle tele con le Storie di Enea, una serie composta originariamente da dieci storie ispirate all'Eneide virgiliana, dipinte da Dosso Dossi per un fregio che correva lungo le pareti sotto il soffitto del camerino di Alfonso I [19]. Iniziò da questo momento una disputa tra Scipione Borghese e il duca di Modena che si contendevano i dipinti dosseschi, confusa ulteriormente dalla complicità di Enzo Bentivoglio. Lo spregiudicato e battagliero Scipione riuscì infine a convincere il più debole Cesare d'Este a cedergli le Storie di Enea tanto desiderate, ma a causa di un grosso equivoco, in cui cadde il commissario estense Giustiniano Masdoni, furono spediti a Roma i dipinti sbagliati. Il Masdoni, non essendo probabilmente a conoscenza della reale consistenza e dell'ubicazione del camerino di Alfonso I al Castello di cui aveva la custodia, consegnò per errore al marchese Enzo Bentivoglio - incaricato da Roma del trasporto delle opere - non le Storie di Enea ma dieci 'sfondati', di cui nove a mandorla e uno tondo del soffitto di altri due camerini, decorati con mezze figure, che egli stesso aveva fatto staccare e portare nella 'Camera del Diamante' insieme ad altri sedici paesi che ornavano il fregio [20]. Le tavole con le allegorie di Ira (o La Zuffa) (Fondazione Cini, Venezia) (fig. 2), Conversazione, Ebbrezza, Amore (o L'Abbraccio), Seduzione, Musica (Galleria Estense di Modena) (fig. 3) e Violenza (Dobò Istvan, Vàrmùzeum, Eger, Ungheria), formavano in origine un gruppo di nove ovali (poi ritagliati in rombi) collocati sul soffitto ligneo dorato del primo appartamento ducale della Via Coperta, probabilmente la camera da letto di Alfonso I. Il tondo (oggi diviso in due parti) con Uomo che abbraccia una donna (National Gallery, Londra) e Giovane con canestro di fiori (Collezione privata), proveniva invece dal soffitto della 'Camera del Poggiolo', ubicata al centro della Via Coperta che collegava il Castello degli Este con il palazzo Ducale di Ferrara [21]. Le Storie di Enea rimasero al loro posto nella Camera d'Alabastro, mentre partirono per Roma le dieci tavole che subito Enzo Bentivoglio si affrettò a definire di "molto maggior pregio degli altri dipinti".
Al termine della complicata vicenda, Scipione Borghese si trovò in possesso dei dieci episodi tratti dall'Eneide, che il duca Cesare gli aveva promesso fin dal principio delle trattative, e di quattro delle tele con 'mezze figure e sfondati' che invece il duca aveva intenzione di tenere per sé, ma che decise poi di dividere col cardinale [22]. I quadri ferraresi di Dosso confluirono nella raccolta Borghese che arredava la 'Camera dei Bronzi' nel palazzo del cardinale, l'odierno palazzo Torlonia a Roma.
Per soddisfare a favori reciproci il marchese Enzo Bentivoglio utilizzò, dunque, l'arte come una merce ottenendo ciò che tanto desiderava: il 3 marzo del 1609 papa Paolo V emanò un chirografo con il quale concedeva ad Enzo di iniziare la redditizia opera di bonifica a Ferrara [23].

 

Bibliografia

[1] La citazione è tratta da Manuscrito osia Cronaca di Claudio Rondoni Cittadino Ferrarese dalli 29 gennaio 1598 a tutto il 28 luglio 1614, Ferrara, Biblioteca Comunale Ariostea di Ferrara, ms. cl. A 250, Cap. 1221, c. 148v. Cfr. D. FABRIS, Mecenati e musici. Documenti sul patrimonio artistico dei Bentivoglio di Ferrara nell'epoca di Monteverdi (1585-1645), Lucca, 1999, p. 26.
[2] G. MARCON, S. MADDALO, G. MARCOLINI, Per una storia dell'esodo del patrimonio artistico estense a Roma, in Frescobaldi e il suo tempo, catalogo della mostra, Ferrara 1983. pp. 93-105.
[3] Il museo senza confini. Dipinti ferraresi del Rinascimento nelle raccolte romane, a cura di J. BENTINI e S. GUARINO, Milano, 2002.
[4] J. BENTINI, Da Ferrara a Roma. La migrazione dei dipinti ferraresi dopo la devoluzione, in Il museo senza confini…, cit., p. 15.
[5] J. BENTINI, Da Ferrara a Roma…, cit., pp. 16-17.
[6] Gli Este a Ferrara. Il Camerino di Alabastro: Antonio Lombardo e la scultura all'antica, a cura di M. CERIANA, catalogo della mostra, Ferrara, Milano, 2004; Gli Este a Ferrara. Una corte nel Rinascimento, a cura di J. BENTINI, catalogo della mostra, Ferrara, Milano, 2004.
[7] J. BENTINI, S. GUARINO, Il destino dei Baccanali, in Il museo senza confini…, cit., pp. 49-53.
[8] In riferimento: A. COLIVA, I Dosso della collezione Borghese: precisazioni documentarie, iconografiche e tecniche, in Dosso Dossi. Pittore di corte a Ferrara nel Rinascimento, a cura di P. HUMFREY e M. LUCCO, catalogo della mostra, Ferrara, 1998, pp. 72-79; L. TESTA, La collezione del Cardinal Pietro Aldobrandini: modalità di acquisizione e direttive culturali, in I cardinali di Santa Romana Chiesa, a cura di M. GALLO, Roma, 2003, pp. 38-60; S. TARASSI DE JACOBIS, Nuova luce su vecchie carte: l'eredità Aldobrandini e la collezione Borghese, in "Proporzioni", 4, 2004, pp. 160-191.
[9] J. BENTINI, Da Ferrara a Roma…, cit., pp. 16-17 con bibliografia.
[10] Cfr. G. MARCON, S. MADDALO, G. MARCOLINI, Per una storia…, cit., pp. 93-105.
[11] A. MEZZETTI, Il Dosso e Battista ferraresi, Milano, 1965, p. 135.
[12] Archivio di Stato di Ferrara (d'ora in poi ASFe), Archivio Bentivoglio, corrispondenza, lettere sciolte, 9-42, c. 739; ASV, Fondo Borghese, serie I, nn. 540-542, c. 108; n. 976b (senza numerazione); cfr. Ibidem, doc. 22, 23, 24.
[13] P. DELLA PERGOLA, I dipinti della Galleria Borghese, I, Roma, 1955, p. 32 con bibliografia.
[14] Cfr. le lettere pubblicate in G. MARCON, S. MADDALO, G. MARCOLINI, Per una storia…, cit., p. 100.
[15] ASFe, Archivio Bentivoglio, corrispondenza, lettere sciolte, 9-44, c. 465; cfr. Ibidem, doc. 46.
[16] Il documento è reso noto da A. MEZZETTI, Le 'Storie di Enea'del Dosso nel 'camerino di alabastro' di Alfonso I d'Este, in "Paragone", 189, XVI, (novembre 1965), pp. 71-84.
[17] Dopo molte vicende i dipinti di Tiziano L'offerta a Venere e gli Andrii finirono al Museo del Prado, Madrid; il Festino degli Dei di Bellini alla National Gallery of Art, Washington; la Baccanaria d'uomini di Dosso alla National Gallery di Londra.
[18] ASFe, Archivio Bentivoglio, corrispondenza, lettere sciolte, 8-18, c. 104; cfr. G. MARCON, S. MADDALO, G. MARCOLINI, Per una storia…, cit., doc. 35.
[19] A. BALLARIN, Dosso Dossi: La pittura a Ferrara negli anni del ducato di Alfonso I, a cura di A. PATTANARO e V. ROMANI, I vol., Cittadella, 1994; P. HUMFREY, Dosso Dossi. Pittore di corte a Ferrara nel Rinascimento, a cura di P. HUMFREY e M. LUCCO, catalogo della mostra, Ferrara, 1998, pp. 147-153. Il fregio con Enea che entra nei Elisi si trova alla National Gallery of Canada, Ottawa; Giochi siciliani è conservato a The Trustees of the Barber Institute of Fine Ats, The University of Birmingham; Enea e Acate sulla costa della Libia si trova alla National Gallery di Washington, Collezione Samuel H. Kress.
[20] A. MEZZETTI, Le 'storie di Enea'del Dosso nel 'camerino di alabastro' di Alfonso i d'Este, in "Paragone", 189, XVI, (novembre 1965), cit. p. 74-75; G. MARCON, S. MADDALO, G. MARCOLINI, Per una storia…, cit., pp. 99-100; P. HUMFREY, Dosso Dossi…, cit., pp. 158-170.
[21] P. HUMFREY, Dosso Dossi…cit., pp. 187-191.
[22] Al Borghese pervennero quattro tele: Ira o la Zuffa (Fondazione Cini, Venezia) e la Violenza (Eger, Ungheria), più altre due descritte negli inventari Borghese come "Doi quadri in tavola di tre mezze figure per ciascheduno doi dei quali ingrillandati, et uno dito alla bocca, l'altro non ingrillandato, una con grillando in mano", cfr. P. HUMFREY, Dosso Dossi…, cit., p. 166. Vedi anche l'inventario inedito pubblicato da S. CORRADINI, Un antico inventario della quadreria del Cardinal Borghese, in Bernini Scultore. La nascita del Barocco in Casa Borghese, a cura di A. COLIVA, S. SCHÜTZE, Roma, 1998, pp. 449-456.
[23] G. MARCON, S. MADDALO, G. MARCOLINI, Per una storia…, cit., p. 97.


Il testo pubblicato è un estratto della
tesi di specializzazione in storia dell'arte medievale e moderna discussa presso il Dipartimento di Arti Visive dell'Università di Bologna: P. Alunni, I Bentivoglio fra committenza e mercato dell'arte nel XVII secolo: Ferrara, Gualtieri, Roma, anno accademico 2003-2004, relatrice prof.ssa Vera Fortunati.
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