| Renato Barilli, critico letterario e d'arte (Bologna 1935). Ha preso parte alla neoavanguardia degli anni Sessanta, culminata nel Gruppo 63. Come critico d'arte ha storicizzato le esperienze d'avanguardia, dalla pop art, alla body art. E' Ordinario al DAMS di Bologna e Direttore del Dipartimento delle Arti Visive. Laurea in lettere nel 1958, incarico in estetica dal 1970, straordinario di storia dell'arte contemporanea dal 1972, ordinario di fenomenologia degli stili dal 1980. Ha scritto numerosi volumi di Estetica, di critica letteraria e di critica d'arte. |
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| ..Bologna, 18 Febbraio 2003 |
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R. Barilli: Proprio il fatto di occuparmi sia d'arte che di
letteratura mi permette di essere in servizio permanente. P.
Giuliani: Dopo le mostre "Anniottanta" (1986), "Anninovanta" (1991),
"Officina Italia" (1997), "Officina Europa" (1999), nel 2002 si è "chiusa"
la sua terza "officina", "Officina America", dove lei si è cimentato,
come in ognuna delle mostre, in una sorta di talent scout, profeta dell'arte,
oserei dire. R.
Barilli: Ora vorrei fare un'"Officina Asia", se riuscirò ad avere
un finanziamento sufficiente. Sarebbe prevista per la tarda primavera
dell'anno prossimo, e dovrebbe svolgersi, come d'abitudine, a Bologna,
Imola, Cesena e Rimini. P. Giuliani: Le chiedo ora di esprimersi criticamente sull'arte di Franco Vaccari, dalle sue sperimentazioni sulla poesia, alle sue memorabili "Esposizioni in tempo reale", fino ad una delle sue recenti opere, "Artist's Atelier", che proprio quest'anno, dopo sei anni di assenza dal web è tornata on-line. Quest'ultima opera conferma Vaccari come il pionere della net.art in Italia, o meglio dell'arte concettuale applicata ad Internet. R.
Barilli: Sono da sempre un sostenitore di Franco Vaccari, che
ho avuto il piacere di portare alla Biennale di Venezia nel 1972, dove
ha realizzato un'opera che è ormai un classico. Tuttavia è proprio del
mio metodo non giurare mai su una carta sola del mazzo, ovvero sono
abituato al fatto che esistono quelle che Dorfles ha chiamato le "oscillazioni
del gusto". Si pensi alle coppie chiuso-aperto, formale-informale ecc.
Oggi quella più di attualità è la coppia data da materiale-immateriale,
dove però non è detto che il secondo termine vinca senz'altro sul primo.
P. Giuliani: Dal 1990 lei ha curato alcune mostre di Manuela Corti. Nel 1997, all'interno di "Officina Italia" ha riprodotto un falso Caravaggio dipinto da un falso "Madonnaro" il tutto ambientato con finestre da chiesa (ricreate con finte vetrate di textures computerizzate). Nel '99 con "Passages" prosegue per la strada aperta da Vaccari due anni prima, realizzando un'opera che definirei di net-conceptual art, per riproporsi poi, nel 2000 con "Project Grey". Come descriverebbe, nel suo complesso, la variegata forma di espressione dell'artista in questione? R.
Barilli: Considerazioni analoghe valgono anche per la Corti,
che ho conosciuto quando era impegnata in un astrattismo geometrico
troppo classico, affidato a tele e colori a olio, spingendola a tentare
tecniche più ardite. P. Giuliani: Nel caso di Maurizio Cattelan le chiedo di raccontare come è iniziata la sua carriera. Considererei la sua arte spesso dissacrante, ludica, intenta in un meccanismo comico e ironico che lascia gli spettatori a bocca aperta. A parer mio, al momento è uno dei maggiori esponenti italiani a livello internazionale, cosa ne pensa lei? Potrebbe approfondire brevemente la sua poetica? R. Barilli: Ammiro Cattelan, da quando l'ho inserito, nel '91, nella rassegna internazionale Anninovanta, ed apprezzo le sue invenzioni estrose e acute. Però rifuggo dai cliché, come quello per cui sembra che sia il solo artista italiano, tra i giovani, degno di fama internazionale. Spero che l'arte si possa permettere tante altre avventure, oltre quelle di Cattelan. P.
Giuliani: Parlando di Franco Vaccari e di Manuela Corti abbiamo accennato
la net.art, una forma d'arte ancora poco nota al grande pubblico, che
dagli inizi degli anni '90 si sta evolvendo restando però un fenomeno
di nicchia, rivolto, nel maggiore dei casi, solo agli addetti al lavoro.
Questa evoluzione digitale la si può chiamare arte? Achille Bonito Oliva
nel suo "Gratis - A bordo dell'arte" parla "della morte del pubblico" R.
Barilli: Credo che in materia si debba essere molto dialettici:
per un verso, nessuno può fissare limiti all'arte, la quale si può fare
con qualsivoglia mezzo, anzi, è bene sperimentare ogni nuovo medium
proposto dalla tecnologia. Sono stato tra i primi ad occuparmi di videoarte,
forse il primo in assoluto, nel '70, ad andare a trovare gli artisti
nei loro studi o a portarli en plein air, con una esigua squadra di
tecnici imprestatimi dalla Philips, per riprendere direttamente su nastro,
con telecamere amatoriali, le loro operazioni. Già nel 1986 ho tenuto,
alla Besana di Milano, una mostra intitolata "Arte e computer", questo
a riprova che non arretro di fronte ad alcun passo innovativo, però
non credo neppure che ciascuno di questi passi sia irreversibile e costituisca
un punto di non-ritorno. |
Intevista
pubblicata sulla rivista culturale Sagarana
(n° 30 - Gennaio 2008)
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